Famiglia nel bosco, il consulente di parte: «Una sfida allo stile di vita della modernità»

La riflessione di Tonino Cantelmi sui Trevallion: «La loro storia come quella di Davide contro Golia. Dopo il modo in cui ha reagito lo Stato sarà interessante vedere come finirà»
VASTO. «Perché il caso della famiglia del bosco suscita tanto interesse fino a far girare vorticose, quanto false (purtroppo!), voci secondo cui persino Netflix sarebbe vogliosa di metterci su le mani con un film?». Parte da questa domanda la riflessione inviata al Centro da Tonino Cantelmi, il consulente di parte dei Trevallion. Il ragionamento parte dall’eco mediatica della loro vicenda: «Il caso tiene banco sui media da molti mesi e ogni giorno si sono ammassati articoli, interviste, video, servizi televisivi e roventi discussioni social. Perché?», si chiede lo psichiatra, «intanto sgombriamo il campo: sì, qualche tentativo di strumentalizzare il caso tirandolo di qua o di là c’è stato, ma non è questo il motivo. Che si tratti di un caso scivoloso è vero, tanto scivoloso da far scivolare servizi sociali e istituzioni senz’altro. Ma anche questa motivazione non tiene rispetto alla intensa mediaticità che hanno generato i guai di Nathan e Catherine».
Proprio i due genitori, continua lo psichiatra, hanno finito per diventare personaggi mediatici: «Affascinanti per alcuni, repellenti per altri, eccentrici e anticonformisti per i più. Certo, alcuni sono allarmati per l’ingerenza dello Stato sotto forma di servizi sociali che hanno cambiato (per alcuni stravolto, per altri finalmente!) la vita dei tre bambini e che si sono sentiti chiamati persino a far assaporare gusti culinari inesplorati o far conoscere loro la televisione: caspita che conquiste psicopedagogiche incredibili!».
Quindi Cantelmi chiosa: «Ma davvero? Si davvero, siamo arrivati a questo e tutto in perfetta buona fede, per carità. E il fatidico articolo 8 della Corte Europea dei Diritti Umani? Non pervenuto. Ma anche questo non giustifica il dibattito così pervicace e inarrestabile per mesi. E neanche la demonizzazione (questa sì ingiusta e dannosa) da un lato dei rappresentanti delle istituzioni (giudici, operatori, servizi sociali) e dall’altro dei coniugi che si firmano prima con il cognome di lei e poi di lui. Sarebbe durata lo spazio di qualche trasmissione sotto referendum».
Dunque, se «tutti discutono, parlano e litigano per la famiglia nel bosco» è solo in parte a causa di queste motivazioni. C’è una ragione più profonda: questa storia è «un bell’intreccio, come il cestino anni ’70 che Catherine usa al posto delle borse firmate», spiega ancora Cantelmi, «ecco invece, proprio questo è il punto. Una coppia unita, non c’è dubbio, che sfida la società postmoderna e tecnoliquida». È il loro stile di vita a porre degli interrogativi: «Noi sprechiamo tutto? Loro riciclano pure i rifiuti organici con il bagno a secco, così come vorrebbe una certa normativa europea sugli ecovillaggi. Noi siamo schiavi di Meta e TikTok: loro li vietano ai loro figli e figuriamoci la televisione! Noi inseguiamo il danaro al quale ci prostriamo (e non solo), loro vagheggiano una libertà autosufficiente (e non vogliono bollette). Noi amiamo il lusso e Nathan non ha neanche una camicia e una giacca per andare in Senato. Figuriamoci una cravatta. E Catherine colleziona cestini autoprodotti, usa saponi biologici e vestiti con fibre naturali. Noi amiamo cani, gatti e tutto il “Pet” possibile e costringiamo animali di ogni tipo a vivere nei nostri appartamenti e invece loro si immergono nella natura. Non sarà affascinante», conclude Cantelmi, «vedere come va a finire questa sfida ad uno Stato che ha reagito come ha reagito? È il fascino del debole e piccolo Davide, che sfida il gigante Golia forte e crudele. E noi? Postmoderni e asserviti come siamo, saremo capaci di trasformare la sfida in una serie Tv da goderci comodamente nel salotto di casa».
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