il brutale omicidio

L’intervista a Paolo Crepet: “sembra un film, la violenza è senza fine. Ora cambiamo la società”

21 Aprile 2026

L’analisi dello psichiatra: «Guerra e massacri incidono sui singoli, ma c’è ancora speranza: niente fiaccolate ma ravvedimenti veri»

VASTO.

Le liti continue, le minacce, la droga, il lavoro rifiutato. Poi, il dramma: colpi d’ascia che risuonano secchi, il corpo del figlio esanime avvolto in un lenzuolo e trascinato davanti al garage. «Sembra la scena di un film. Non mi permetto di entrare nel merito di una tragedia del genere, saranno gli inquirenti a ricostruire la dinamica. A capire perché e come. Ma una cosa è certa: siamo di fronte ad una spirale di violenza senza fine. Solo negli ultimi due giorni sono state accoltellate a morte quattro persone. Viviamo in mezzo a questa roba». Come nel suo stile, l’analisi di Paolo Crepet, sociologo, psichiatra e volto tv, è lucida e pacata.

Una domanda all’apparenza banale: ma com’è possibile che un padre uccida suo figlio?

«Nella mia lunga carriera non è certo il primo caso che analizzo di omicidi legati alle richieste di un figlio che uccide i genitori per avere di più; in questa circostanza è il padre che cerca di liberarsi del figlio che lo assilla. Ma non è il singolo episodio a suscitare orrore, piuttosto la sequenza».

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Di violenza?

«Viviamo in mezzo a questa roba, ci siamo dentro fino al collo. Se sfogliamo i giornali o guardiamo la tv vediamo solo bombardamenti, minacce, massacri. Una sfida continua. Non siamo mica monaci tibetani in preghiera! Noi occidentali perduti siamo immersi nella violenza e non riusciamo a dire no».

A cosa dovremmo dire no?

«Al meccanismo perverso che ci attanaglia. Non siamo in grado di capire che tra questo e ciò di cui si abbeverano i ragazzi c’è un legame profondo».

Sta dicendo che si uccide perché c’è la guerra nel mondo?

«Quello di Vasto è un caso che va studiato e analizzato nei dettagli. Ma non possiamo pensare che sia del tutto decontestualizzato: viviamo in uno stato di perenne angoscia e orrore. I social rimandano in continuazione immagini di violenza. È un moltiplicatore da cui è difficile stare fuori. Ogni forma di violenza, al di là della singola declinazione, è spaventosa. Siamo di fronte ad una minaccia mortale alla nostra economia, alle nostre relazioni pacifiche, alla possibilità di andare a fare un semplice viaggio. Tutto questo per volontà di alcuni uomini. L’unico che parla, di cui sento la voce potente, è il Papa, attaccato da chi non sa cos’è la morale».

Secondo lei la spirale di violenza collettiva incide sul singolo gesto?

«È fuor di dubbio. Come il ragazzo morto per un colpo di cacciavite: è violenza gratuita. Oggi abbiamo armi contundenti in mano non per tagliare il pane, ma per togliere la vita perché risulta ovvio e scontato agire così».

Sarà mica un’attenuante?

«Macché, anzi. Nel mondo non c’è altro che violenza. La politica parla di violenza e non riesce a contenerla, la società si esprime con violenza e questa è la verità. Dobbiamo finirla di nasconderci dietro un dito: chi uccide non vede più futuro per se stesso, per la famiglia. È come entrare in un vicolo cieco in cui la parola speranza è morta prima ancora della vittima».

È il sentimento che ha armato la mano del padre di Andrea Sciorilli?

«La sconfitta della speranza è il vero dramma. Dobbiamo smetterla di fare le fiaccolate: è un’ipocrisia, mentre i centri delle nostre città continuano ad essere presidiati dai pusher che vendono qualsiasi cosa. O una fiaccola rappresenta un ravvedimento e un cambiamento o statevene con i ceri e con i lumi a casa. Una sceneggiata intollerabile, se poi si ricomincia».

Non lo legge come un senso di “pietas”?

«Guardi, tutti dobbiamo passarci una mano sulla coscienza a cominciare dai padri che non devono dare tutto ai figli, senza nessun freno. Secondo: non dobbiamo permettere che le piazze delle città siano discoteche a cielo aperto fino alle 3 o alle 4 del mattino con la vendita di alcolici ai 13enni. Non ne faccio una questione politica».

Di morale?

«E di rispetto. Bisogna mettere mano a un cambiamento concreto che non parte da una fiaccolata. L’ho spiegato nel mio ultimo libro “Riprendersi l’anima”, uscito da qualche giorno. Abbiamo perso l’anima per vanagloria, per un eccesso di sicurezza, per mancanza di sobrietà. L’abbiamo persa quando abbiamo smesso di sentire il senso vero e profondo della vita».

E quando si perde l’anima si arma la mano?

«Il nesso è evidente. La tecnologia sta sostituendo la presenza affettiva dei genitori verso i figli in un contesto sociale sempre più precario. Assistiamo ad una profonda crisi educativa in cui gli adulti hanno abdicato al loro ruolo pedagogico per diventare semplici assistenti tecnologici, incapaci di esercitare un’autorevolezza sana».

Manca anche la disciplina?

«Sì, ma non concepita come costrizione, bensì come una scommessa per superare i propri limiti e andare oltre».

Cosa direbbe a questo padre che ha ucciso un figlio di 21 anni?

«Gli auguro di ritrovare la pace in se stesso, in qualche modo. Sarà una galera dell’animo. Per arrivare a questo significa che non ha visto neanche più un barlume di speranza. Ma io penso che ci possa essere una speranza. Per lui e per tutti quelli che si sono persi».