Palmoli

Famiglia nel bosco, lo psichiatra: «I figli si sentono responsabili»

foto di Andrea Milazzo

6 Gennaio 2026

Pala il professor Cantelmi: «I genitori li amano. La vicenda ci obbliga a riflettere su tanti aspetti del sistema di giustizia minorile»

PALMOLI. I complessi meccanismi della giustizia non sono facili da comprendere. Per nessuno, figurarsi per un bambino. E così, succede che tre fratellini, da quasi due mesi separati dai propri genitori, non potendo darsi nessuna risposta sulle cause, si diano quella che, per loro, è l’unica plausibile: «Se siamo divisi, è colpa nostra». A portare alla luce il meccanismo di colpevolizzazione scattato nella mente dei tre bimbi della famiglia del bosco è Tonino Cantelmi, lo psichiatra, psicoterapeuta specializzato in neurosviluppo e professore dell'Università Gregoriana a cui si sono affidati gli avvocati Danila Solinas e Marco Femminella, legali della famiglia Trevallion, come controparte rispetto all’indagine psicologica disposta nei confronti dei genitori. Ieri Cantelmi ha avuto il primo incontro con papà Nathan e mamma Catherine nello studio dei due legali. Un colloquio lungo due ore, davanti all’avvocato Solinas e alla psicologa Martina Aiello, dove hanno avuto modo di conoscersi e fare il punto della situazione.

«Ho visto una coppia straziata dal dolore», ha ammesso lo psichiatra, «ma che alla fine ha chiesto il nostro aiuto. Hanno detto che si fidano di noi, e questo mi sembra un punto importante dal quale partire. È molto positivo. Si vede che danno massima attenzione ai propri figli». E proprio questo riguardo nei confronti dei piccoli sta mettendo a dura prova Catherine. «Sta crollando», prosegue il professore, «perché sente che i suoi bimbi stanno male, che stanno soffrendo, che stanno avendo dei momenti difficili. E l’ha impressionata vedere, da parte loro, dei piccoli gesti di autolesionismo, qualcosa a cui non era assolutamente abituata. Niente di impressionante», rassicura, «ma per loro inquietante, perché è un comportamento anomalo, che non riconoscono e che soprattutto possa essere l’inizio di una crisi rispetto agli stessi genitori, che vedono assenti, lontani, non disponibili».

D’altra parte, i ritmi di questa realtà familiare, ormai, sono scanditi soprattutto dalla distanza. Lontani i tempi in cui si condividevano il giorno e la notte nel piccolo casolare nel bosco di Palmoli, la mamma, che è con loro alla struttura protetta di Vasto – ma in un altro piano dell’edificio – li vede soltanto durante i pasti e la sera, prima di andare a dormire. Il papà, ancora meno: due ore di incontri settimanali, una il martedì e una il giovedì. Poi basta. È la sua sofferenza, racconta Cantelmi, quella più evidente. «Siamo rimasti colpiti dal suo dolore», dice, «trovo incomprensibile che il padre non possa vedere i suoi figli nonostante non abbia nessun capo di imputazione e non ci sia stata nessuna violenza. È distrutto: sono momenti che rimangono impressi, che ti cambiano la vita».

E se sul rapporto tra il tribunale per i minorenni dell’Aquila e questa famiglia lo psichiatra utilizza parole concilianti («Il perito nominato dai giudici incontrerà la massima collaborazione di questi genitori»), sui meccanismi della giustizia minorile si mostra più dubbioso. «Possiamo ripensare molte cose, a partire dalle modalità di prelievo dei minori, preferendo percorsi di accompagnamento a percorsi di sottrazione e mettendo in discussione ogni forma di violenza istituzionale». Perché, argomenta Cantelmi, «è vero che questi bambini sono stati immersi in ambiente naturale e socialmente povero, ma possiamo dire che questo ambiente sia peggiore di uno mafioso o camorristico? Oppure del nucleo edonistico delle famiglie di un influencer che si vedono oggi? E soprattutto», prosegue, «in presenza di genitori buoni, amorevoli, attenti, uniti e affettuosi, che non sono mascalzoni, quella individuata dai servizi è davvero la strada giusta? Oppure, pur intenzionalmente cercando di fare del bene, non è forse traumatica per questi stessi bambini».

Mettere in dubbio certi meccanismi non vuol dire, per lo psichiatra, sparare contro le istituzioni o disconoscere «l'enorme lavoro del tribunale dei minori. E non vuol dire non attribuire il giusto merito ai servizi sociali. Vuol dire però», chiarisce, «che forse possiamo ripensare molte cose. Questo per me è anche personalmente un punto di riflessione, perché sento di appartenere al sistema istituzionale e con onestà di dover riconoscere la necessità di superare alcuni stereotipi».
Insomma, la vicenda della famiglia Trevallion «obbliga a ripensare completamente il sistema», ma sono tanti anche gli interrogativi, anche esistenziali, che solleva questa storia. «In fondo, anche se in modo eccentrico, loro mettono in discussione l’aspetto più consumistico del nostro vivere e l’approccio edonistico-narcisista di una società frenetica e crudele», prosegue lo psichiatra, «in qualche modo la loro scelta di vita rappresenta una critica radicale al nostro sistema, e questo scatena qualcosa dentro di noi, perché se da un lato riconosciamo l'autenticità di questa critica e anche il suo senso, dall’altro, alla fine, la rifiutiamo».

Uno sdoppiamento che spacca la società in due: «è il motivo per cui vediamo le polarizzazioni di oggi: da una parte si dà spazio a tutti quelli che esprimono dissenso nei confronti di un sistema conformistico e schiacciante; dall'altra, si attivano tutti i benpensanti che difendono il sistema a oltranza». Una dinamica alimentata anche dall’ampia copertura mediatica data alla vicenda. Dai quotidiani nazionali alle emittenti televisive, fino all’attenzione di importanti testate internazionali, la storia della famiglia anglo-australiana trapiantata in Abruzzo ha fatto il giro del mondo.

La garante abruzzese per l’infanzia e l’adolescenza Alessandra De Febis ha criticato la stampa, ma per Cantelmi il suo operato «va difeso», perché «sta facendo un ottimo lavoro, mettendo in evidenza un caso che ci costringe a ripensare completamente il tema della giustizia minorile. Se non ci fosse stato questo faro acceso sui Trevallion, ignoreremmo molte cose, che invece è sempre necessario conoscere per aprire una riflessione più generale e più ampia». Al di là delle considerazioni su eventuali riforme, però, oggi sono queste le regole del sistema a cui deve sottostare la famiglia Trevallion. Il 23 gennaio la psicologa Simona Ceccoli inizierà la sua perizia sulla coppia per valutare l’esistenza di elementi «in grado di incidere sull’esercizio della responsabilità genitoriale». Avrà 120 giorni di tempo per fornire un parere, 120 giorni in cui i tre bimbi continueranno a stare lontani dai genitori, interrogati da una distanza a cui, al momento, hanno trovato solo una risposta.

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