«Fatture false per cene e lavori in casa»

Quattro arresti per il depuratore: le intercettazioni svelano i profitti per gli indagati ma la procura ora punta ai politici
CHIETI. C’è un livello politico dietro lo scandalo che ha decapitato i vertici del Consorzio di Bonifica Centro e del depuratore di Selvaiezzi che sversava l’arsenico nel fiume Pescara. Lo sospetta la procura. I quattro finiti agli arresti domicilari, Roberto Roberti, Tommaso Valerio, Andrea De Luca e Stefano Storto, resteranno rinchiusi in casa fino al 5 novembre: quindici giorni è il tempo a disposizione della distrettuale antimafia per stanare, se ci sono, i politici. La strategia dell’accusa sembra essere chiara. Parte da un dato di fatto: nelle 160 pagine di ordinanza di misure cautelari non compare alcun indizio che dimostra un arricchimento personale degli indagati, ma c’è una mole enorme di documenti su favori a imprese amiche, come la De Cesaris e Mennilli, che ottenevano incarichi senza gara d’appalto. Il gip, Giuseppe Romano Gargarella, la definisce «gestione privatistica della cosa pubblica», il depuratore del Consorzio convenzionato con il Comune. Possibile che non ci sia stata alcuna contropartita? Possibile che il Consorzio facesse beneficenza alle imprese? La procura aquilana si trova di fronte all’assenza di prove su un arricchimento personale. Ai magistrati questo non va giù. Lo dimostra il fatto che hanno sequestrato 300mila euro direttamente alle persone indagate (Roberti, Valerio e De Luca), e non alle casse del Consorzio che sono ricche, viste le migliaia di tonnellate di rifiuti scaricate da mezz’Italia nel depuratore di Selvaiezzi.
Pagamenti consistenti e livello politico, sono i due obiettivi di chi indaga. Oppure l’inchiesta si fermerà alle “briciole”, seppur suggestive, fin qui scoperte: undici fatture gonfiate che coinvolgono il responsabile del settore ecologia dell’impianto colabrodo di Chieti Scalo, De Luca, e l’imprenditore Mennilli, i soli, tra i nove indagati, ai quali è contestato il peculato perché, dicono i pm antimafia e la Forestale, il primo si accordava con il secondo «per gonfiare artatamente undici fatture, dal 15 luglio al 26 ottobre del 2015, per celare lavori idraulici privati che Mennilli aveva svolto nell’abitazione di De Luca e di un suo parente stretto, e le spese per le cene organizzate con i dipendenti del Consorzio».
Le fatture avevano un importo totale di 7.300 euro, il plus valore era di 4.300 euro. Ma sono briciole di una inchiesta su un inquinamento che fa di Chieti una Bussi 2, anche se appaiono significative le intercettazioni con microspie. Dice De Luca a Mennilli: «Invece di mettere 2mila, io volevo fare 2.200, però dopo facevamo una fattura da 200 euro, mi ci mettevi “pagato”, che lo metto nel fondo economato per le cenette che facciamo qua...». Sempre De Luca all’imprenditore: «Noi usiamo fare la festa qua! Dato che noi compriamo la carne, noi lo prendiamo dal fondo economato come al solito. Mi riesci a fare una fattura quietanzata di fornitura di roba, 2 o 300 euro, in modo che io la posso scalcolare?». E Mennilli risponde: «E va bene, sì».
E ancora: «Questo sarebbe 700 più 610 più 120, diviso 2 farebbe 750. Io mo ti faccio due bagnetti, mettiamo 850!», dice De Luca. «Dai va bene», gli ribatte l’imprenditore.
Ma non siamo al livello politico. E le reazioni all’inchiesta sull’arsenico nel fiume e quindi nel mare si contano con il contagocce. La Regione resta muta. Dal sindaco, Umberto Di Primio, riceviamo questo commento:«Fin dal maggio 2015 avevo segnalato alla Procura della Repubblica, all'Arta, alla Asl e ad altri Enti, sulla scorta anche delle segnalazioni che mi venivano indicate dai cittadini, alcune anomalie relative all'impianto di depurazione, riguardanti soprattutto miasmi e cattivi odori in quell’area. Per quanto riguarda un’eventuale truffa a danno del Comune ho già dato incarico agli uffici di consegnarmi un puntuale report sulla situazione, Laddove emergessero delle responsabilità il Comune è pronto a schierarsi quale parte offesa».

