Favori per le case popolari, assolti in tre

26 Marzo 2019

Ribaltata la sentenza di primo grado: scagionati i dipendenti del Comune, l’unica condannata è Rapattoni

CHIETI. Tre assoluzioni e una sola condanna confermata a 2 anni e 6 mesi di reclusione. La Corte d’appello dell’Aquila ha ribaltato la sentenza di primo grado sul caso dei contributi per l’emergenza abitativa erogati dal Comune di Chieti. Per i giudici aquilani, solo Luciana Rapattoni, allora funzionaria dell’ente, è responsabile di una sfilza di reati: abuso d’ufficio, falsità materiale commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici e soppressione, distruzione e occultamento di atti veri. Per l’accusa, la Rapattoni ha alterato una graduatoria pubblica in modo da favorire sua figlia, Brigitta Berghella, facendole ottenere un contributo di 4.800 euro. Sono stati invece assolti, «per non aver commesso il fatto», tre dipendenti del Comune: Bruna Sacco, Rita Marinelli e Adriano Sulpizio. Il tribunale di Chieti li aveva condannati tutti a 2 anni e 6 mesi, ma la Corte d’Appello li ha giudicati completamente estranei alle accuse. È passata quindi la linea difensiva portata avanti dagli avvocati Monica D’Amico, Vittorio Supino, Giovanni Del Pretaro e Cristiana Valentini. «È stata data giustizia a tre dipendenti che hanno sempre lavorato nella pubblica amministrazione con grande serietà e rispettando le regole», dicono i legali. «Questi anni sono stati per loro di grande sofferenza: sapevano di essere totalmente innocenti».
Secondo la procura di Chieti gli imputati, alterando il timbro di ingresso apposto dal Comune su una richiesta di contributo per l’emergenza abitativa e i dati relativi al protocollo informatico dell’ente, avrebbero retrodatato la richiesta consentendo in questo modo l’erogazione di un contributo di 4.800 euro in violazione del regolamento approvato dal Consiglio comunale nel 2010. Ma solo la Rapattoni, per la Corte d’appello, si è resa responsabile di questi illeciti. L’ex funzionaria, nel corso del processo di primo grado, è stata definita da alcuni testimoni come il «deus ex machina dell’Ufficio. Colei che ne decide le sorti». Se si fosse trattato di una società, lei ne sarebbe stata «l’amministratore di fatto». Sua figlia è stata descritta come assidua frequentatrice di quell’ufficio. Secondo le testimonianze non solo ci andava spesso, ma si sedeva anche alle scrivanie e utilizzava il pc: in altre parole, era praticamente di casa. Il processo ha seguito un’altra strada per la Berghella, perché la sua posizione è stata stralciata. (g.let.)