Ferme le analisi dell’acqua: l’impianto funziona a metà

Da venti giorni a San Martino è spento il macchinario che rileva la presenza di metalli Se qualcuno si disfa di liquidi con zinco e nichel è impossibile intervenire per bloccarlo
CHIETI. Da metà novembre l’attività svolta dal depuratore di San Martino di Chieti non fornisce più in tempo reale i risultati dei controlli sull’eventuale presenza di metalli in entrata o in uscita dall’impianto. Il lettore al plasma utilizzato per le analisi, infatti, non funziona perché è finito il gas argon che il Consorzio di bonifica acquistava per alimentare lo spettrometro. Pare che la pratica per la fornitura delle bombole sia stata avviata ma un problema dovuto a presunti mancati pagamenti della passata gestione ne ha fermato la consegna nell’impianto del Consorzio di bonifica Centro. Accertare la presenza di eventuali metalli nelle acque di fogna inviate alla depurazione è importante per verificare se l’impianto è messo nelle condizioni di depurare gli scarichi e di rilasciarli secondo quelli che sono i parametri indicati dalle leggi di riferimento. Ma anche per controllare se nei liquami ci sono variazioni “in entrata” di metalli da un giorno all’altro: fattore questo che potrebbe essere riconducibile alla presenza di ferro, alluminio, nichel e zinco vista la presenza di diverse industrie nella zona produttiva.
La particolarità della vicenda è che le analisi sui metalli vengono effettuate tutti i giorni della settimana ma, con la strumentazione spenta, è impossibile accertare in tempo reale la presenza di quelle sostanze nelle acque reflue in modo da intervenire e bloccare a monte chi inquina. Per fare un esempio: i risultati delle analisi sulle acque in entrata fatte lo scorso 28 novembre - stante la strumentazione spenta - saranno disponibili soltanto una volta che lo spettrometro ottico sarà riattivato.
L’inchiesta sullo sversamento dell’arsenico nelle acque del fiume Pescara - e che ha portato agli arresti domiciliari il presidente e due dipendenti del Consorzio e il titolare di un laboratorio analisi, tornati in libertà dopo 15 giorni - ha con sè anche un’altra caratteristica non indifferente: all’ente è stata sospesa l’Aia, ossia l’autorizzazione integrata ambientale, quel documento che consente di “lavorare” scarichi per conto terzi, come i liquidi dei lavaggi industriali che vanno trattati prima di essere smaltiti. Questa situazione - il Consorzio “lavorava” in media una ventina di scarichi al giorno - ha di fatto dirottato molte aziende del comprensorio a rivolgersi a strutture di San Salvo e di Porto Sant’Elpidio, sottoponendole a costi aggiuntivi con ovvie ripercussioni sui loro bilanci ma anche su quello del Consorzio che non incassa più fondi necessari allo svolgimento dell’attività primaria con riflessi anche sul personale dipendente.
Il Consorzio, tra l’altro, dal momento degli arresti per l’inchiesta sull’inquinamento, attraversa una fase singolare: ha un commissario straordinario per la gestione dell’ente e un commissario giudiziario per il depuratore con ruoli e competenze che devono ancora essere chiariti.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

