Feto nato morto, coppia indagata: il giudice dice no all’archiviazione

Una ragazza di 28 anni e il fidanzato di 35 restano sotto inchiesta per omicidio volontario aggravato Per la procura non c’è nessun reato, ma il gip fissa l’udienza in tribunale per approfondire la vicenda
CHIETI. Il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Chieti, Andrea Di Berardino, dice no all’archiviazione dell’inchiesta sul feto partorito morto da una ragazza di 26 anni, all’ottavo mese di gravidanza, il 13 giugno del 2018. La richiesta era stata presentata dal sostituto procuratore Lucia Anna Campo. La giovane e il suo compagno di 35 anni, difesi dall’avvocato Stefano Azzariti, restano dunque indagati per omicidio volontario aggravato. Il caso arriverà in aula il prossimo 22 luglio. Il giudice, dopo aver ascoltato le parti, avrà davanti tre strade: accogliere la richiesta del pm contrariamente a quanto avvenuto finora, ordinare ulteriori indagini o disporre l’imputazione coatta mandando così sotto processo la coppia. Sono state invece archiviate le posizioni del medico e dell’infermiera del 118 intervenuti nell’appartamento della donna e, inizialmente, accusati di omicidio colposo: dall’autopsia eseguita dal professor Cristian D’Ovidio è emerso che il feto era venuto alla luce già privo di vita, dunque qualsiasi «condotta alternativa nei soccorsi» sarebbe risultata inutile.
Per riepilogare la vicenda, bisogna tornare indietro di quasi due anni. Nella tarda mattinata del 13 giugno a chiedere aiuto, allertando il 118, è il 33enne: riferisce che la compagna, con problemi di tossicodipendenza e al quinto mese di gravidanza, sta perdendo sangue mentre si trova sul gabinetto. La ragazza dice al medico di aver perso il bambino. E qui le versioni si fanno discordanti. Secondo il 33enne, il dottore risponde di tirare lo sciacquone. Il medico, invece, racconta altro: «Le ho chiesto subito dov’era il feto e lei mi ha risposto nel water, facendo capire di aver avuto l’aborto mentre era seduta in bagno in preda ai dolori. Ma non c’era traccia di cordone ombelicale su di lei. Né traccia del feto nel water, dove c’erano, invece, molto sangue e alcuni filamenti». Fatto sta che, in base alla testimonianza del 33enne, mentre i sanitari trasportano la fidanzata in ambulanza, lui raccoglie il feto, lo mette in un sacchetto e lo lascia su un mobile di casa; poi, esce per accompagnare la ragazza in pronto soccorso. Quando i medici dell’ospedale visitano la paziente, accertano che la gravidanza non è al quinto mese, bensì alla trentesima settimana. Nel momento in cui chiedono alla coppia dove si trova il feto, il ragazzo risponde di averlo lasciato a casa. Poi il giovane torna nel suo appartamento, recupera il corpicino e raggiunge di nuovo l’ospedale. A questo punto, i medici segnalano il caso alla procura e scattano le indagini dei carabinieri del nucleo operativo e radiomobile di Chieti. Fin qui la sequenza dei fatti.
Secondo il pm, non sono emerse responsabilità da parte degli indagati perché il feto è nato morto; inoltre, l’assunzione di metadone e droghe da parte della 26enne non è stata la causa del decesso. Ma per il giudice, al momento, non ci sono i presupposti per archiviare l’inchiesta nei confronti della coppia.
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