Forte alla processione da solo: «Invocherò salute, vita e fede»

2 Aprile 2021

Intervista all’arcivescovo della diocesi di Chieti-Vasto a poche ore dal corteo senza coro e senza fedeli «Con l’impegno di tutti potremo superare questo momento molto difficile: ognuno faccia la sua parte»

CHIETI. Nel messaggio inviato ai fedeli dell’arcidiocesi di Chieti-Vasto per la ricorrenza della Santa Pasqua, ha tenuto a ribadire tre concetti: continuare a confidare nel Signore; percorrere le vie della carità; progettare la ripartenza pensando al bene comune. Tre idee-proposte per rinascere da «questa terribile esperienza di dolore e di morte» che è stata e continua ad essere per tanti la pandemia da Covid-19. Perché «solo mettendo in pratica queste vie», la Pasqua che sta per arrivare «sarà tempo di risurrezione per tutti: e Colui che ha fatto Sue le nostre prove e le nostre fragilità, certamente non mancherà di sostenere e accompagnare le scelte e gli impegni di quanti risponderanno con generosità e passione a questa triplice urgenza». Monsignor Bruno Forte, arcivescovo e teologo, si appresta oggi, per il secondo anno consecutivo, a partecipare alla processione del Cristo morto di Chieti, una delle più suggestive al mondo, in solitario, in una scenografia che non ripaga quello che è l’attaccamento dei fedeli della città a una delle tradizioni più intense del popolo teatino, ma che a causa del coronavirus, impone distanziamento ma nello stesso tempo condivisione nella preghiera dovuta proprio all’emergenza della pandemia.
Eccellenza, quale significato ha per lei “questo” Venerdì Santo?
«In questo tempo di prova, dovuto alla pandemia, il Venerdì Santo mi fa sentire ancora più vicino il Dio vivente che si è fatto carico del nostro dolore e ha abitato la nostra morte per darci vita e speranza con la Sua resurrezione».
In che modo credenti e non dovrebbero vivere “questo” Venerdì Santo?
«Riscoprendo più che mai la solidarietà specialmente con i più deboli e sofferenti. I credenti rivolgendosi con fiducia ancora più grande al Dio fedele. E i non credenti ponendosi più radicalmente ancora la domanda su Dio e sul senso della vita e della storia».
Monsignor Forte, per il secondo anno di seguito lei porterà la Croce da solo.
«Sì. Si tratta però di una solitudine abitata, carica del dolore e delle domande di tutti, in cui per tutti invocherò il dono della salute, della vita, della fede».
Quali sono i crocifissi di oggi sui quali tutti dovremmo essere impegnati a riflettere, anche nella sua arcidiocesi?
«Certamente i più deboli, le persone più sole, quelli che non hanno sicurezza lavorativa. Ad essi vorrei che giungesse la vicinanza di tutti, in particolare quella della Chiesa e della sua espressione più concreta che è la Caritas con i suoi continui interventi di aiuto».
Eccellenza, c’è un’immagine che più di tutte in questo primo anno di Covid-19 ha sempre davanti e che racchiude la sofferenza vissuta dalla sua arcidiocesi?
«Quella di Gesù crocifisso, che si identifica con chi più soffre e a tutti dà speranza di vita e di vittoria sul male e sulla morte».
La spaventano le nuove povertà con le quali è entrato in contatto nell’arcidiocesi in questo ultimo anno?
«Mi rattristano, ma non mi spaventano, perché so che con l’impegno di tutti potremo superare questo momento drammatico. Il mio appello è a che ognuno faccia la sua parte, a cominciare da chi ha responsabilità di amministrazione e di governo».
Che cosa lei ci invita a fare quando il peso della croce diventa faticoso anche per noi?
«A pregare, affidandosi a Dio, ad amare di più le persone sole e fragili, a impegnarsi con più coraggio per il bene comune. Chi agirà così si porrà in sintonia con Colui che ha fatto Sua la morte e l'ha vinta con la Sua resurrezione. Questo è celebrare la Pasqua. E questo è il mio augurio: buona, vera, intensa Pasqua a tutti!»
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