Forte: ho portato il dolore degli ammalati e delle famiglie

11 Aprile 2020

Il corteo lungo il Corso deserto, l’arcivescovo lancia il grido d’allarme: in troppi non hanno più cibo Cita De Gasperi e invita all’unità e alla collaborazione: dobbiamo ridare speranza alla gente

CHIETI. «Portando il crocifisso per il centro cittadino ho desiderato veramente portare nel cuore il dolore e le angosce, le speranze e le attese di ciascuno e di tutti e ho invocato con fede la liberazione da questo flagello». Così, ieri, l’arcivescovo Bruno Forte al termine della Processione del Venerdì Santo in solitaria e in diretta su Rete8 (canale 11) a causa dell’emergenza coronavirus: per la prima volta in 370 anni di storia il corteo sacro, orgoglio e vanto della città, non si è svolto. E il crocifisso stava quasi per staccarsi dal legno. Al posto del rito, ha detto Forte, «la semplicissima Processione del pastore che porta tutti nel cuore: è quello che ho cercato di fare mentre lo struggente canto di Selecchy accompagnava la nostra preghiera».
Dopo un cammino di 700 metri, dal Seminario regionale di piazza Trento e Trieste in un corso Marrucino deserto, via Pollione e piazza San Giustino, Forte ha parlato dal sagrato della cattedrale. Ad ascoltarlo le forze dell’ordine e sindaco Umberto Di Primio con la fascia tricolore. «Mentre stavo portando la croce mi è venuta in mente la testimonianza che mi diede, una volta, la figlia di Alcide De Gasperi, il grande statista a cui l’Italia e l’Europa devono tanto: quell’uomo moriva guardando il crocifisso che aveva davanti al suo letto e ripetendo solo queste parole: “Gesù, Gesù mio”. È con questo spirito che ho pregato durante la Processione, invocando Gesù, e mi sono immedesimato con tutti coloro che stanno soffrendo. Ho pensato», ha raccontato l’arcivescovo, «a quelli che sono morti a causa di questo male: Gesù li accolga nelle sue braccia per la vita eterna. Ho pensato ai tanti ammalati: li liberi da questa malattia. Ho pensato ai tanti che vivono nel tremore, in special modo gli anziani. Alle famiglie che conoscono già i frutti drammatici di questa crisi sul lavoro. Ai giovani e ai bambini in qualche modo imprigionati nelle loro case e chiamati ad avere un grande senso di responsabilità e amore per gli altri. Ho chiesto al Signore di benedire non solo la nostra città e la nostra diocesi ma tutta l’Italia e di liberarci da questa pandemia».
Durante il corteo della solitudine, accanto al collaboratore don Guido Carafa e due carabinieri in alta uniforme, Forte ha sfilato in una città vuota: persone affacciate dai balconi ma strade deserte per il rischio multe. La Processione risale all’anno 842: anche nel 1944, durante l’occupazione tedesca della Seconda guerra mondiale, nonostante il divieto imposto dai nazisti il corteo si svolse in forma ridotta così come nel 1956, l’anno della grande nevicata.
Prima della Processione senza pubblico e senza i trecento cantori e musicisti del Miserere, Forte ha raccontato alla “Vita in diretta” di RaiUno l’importanza del rito per Chieti e per i teatini: «È l’invocazione di un popolo, la preghiera di una città, di una società, di una comunità ecclesiale e civile». Poi, a Lorella Cuccarini e a Max Franceschelli, ha rivelato i due sentimenti che convivono in lui: «La partecipazione al dolore di tanta gente: degli ammalati e degli anziani che si sentono fragili e minacciati e, poi, anche delle famiglie che iniziano a fare tanta fatica per assicurare quotidianamente il cibo e la richiesta ai centri d’ascolto Caritas è continua». Il coronavirus, ha detto l’arcivescovo, è «una duplice calamità: del male fisico e di una nuova esperienza della povertà e del disorientamento». Forte ha lanciato anche un invito all’unità: «In questo momento tutti dobbiamo collaborare per ridare speranza e aiuto e sostegno alla nostra gente».