Franchino ucciso sulla riviera: un trentenne verso il processo

La procura contesta all’indagato anche l’aggravante dei futili motivi: rischia una pena fino a 18 anni La difesa: «Non c’è stata alcuna aggressione, lo dimostrano anche le immagini delle telecamere»
VASTO. Arriva al capolinea l’inchiesta sulla morte di Franco Mancini, noto a tutti come “Franchino”, il 50enne morto la notte fra il 2 e 3 settembre 2021 a Vasto. Per G.S., 30enne di Vasto, resta l’accusa di omicidio preterintenzionale, reato punito con il carcere da 10 a 18 anni. Il procuratore Giampiero Di Florio, prima di insediarsi a Chieti, ha firmato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari: si tratta dell’atto che prelude alla richiesta di rinvio a giudizio. Spingendo la vittima fuori dal locale in cui si trovava, il 30enne ne avrebbe provocato la morte. «Con una manata al torace», sostiene la procura, «ha fatto perdere l’equilibrio a Mancini determinando la caduta all’indietro e il conseguente impatto della testa sull’asfalto. Subito dopo l’indagato», prosegue la procura, «sollevava Mancini da terra e lo accompagnava sul lato opposto della strada lasciandolo su una panchina nei pressi della quale il mattino successivo veniva trovato, soccorso e trasportato in ospedale in stato di coma a causa di una emorragia cerebrale massiva».
Franco Mancini morì alle 14 per arresto cardio respiratorio: otto ore dopo il ritrovamento e dodici dopo la caduta. La procura contesta a G.S. l’aggravante di aver commesso il fatto per futili motivi. Una conclusione contestata dalla difesa. «I particolari sulla morte di Franco Mancini sono tanti ed è importante ricostruire cosa avvenne prima della manata e perché ci fu la manata», dice l’avvocato Antonello Cerella, difensore di G.S., ipotizzando la legittima difesa. «La videosorveglianza ci darà una mano. I filmati, così come i tabulati telefonici, scagionano il mio assistito», afferma Cerella. «Il mio cliente non ha colpito la vittima, né mai avrebbe voluto fargli del male. La sua è stata una pacca amichevole».
La famiglia della vittima è assistita dall’avvocato Massimiliano Fiore. La sequenza che ha portato alla morte di Franco Mancini è stata più volte controllata dalla polizia.
«L’obiettivo», prosegue ancora Cerella, «ha ripreso Franchino che si avvicinava al trentenne che lo ha respinto una prima volta. Franchino però si è riavvicinato ancora al giovane che lo ha scansato e la seconda spinta ha fatto cadere Franco Mancini che ha battuto la testa. Il trentenne, aiutato da altre persone che erano sul posto – una ragazza ha prestato i primi soccorsi – hanno aiutato Franchino a rialzarsi e a sedersi. La spinta è stata leggera. Lo conferma il fatto che sul corpo non sono stati trovati segni».
Il trentenne indagato lasciò Vasto Marina alle 3. A quell’ora Franchino era seduto e vivo: «È importante anche stabilire cosa avvenne dalle 3 alle 7», dice Cerella, «Franchino è caduto dalla panchina? E se sì, perché?». Franchino quando venne soccorso non aveva lividi, ematomi o segni di percosse.
Il perito confermò subito un trauma cranico che probabilmente provocò una lenta emorragia interna. Dal giorno della disgrazia la famiglia della vittima si è chiusa nel massimo riserbo.
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