«Fuori casa da sette mesi per una frana»

Torrevecchia Teatina, lo sfogo di una famiglia sgomberata: nessuno interviene, è il solito scaricabarile
TORREVECCHIA TEATINA. «Viviamo ancora come se fosse il nostro primo giorno di sgombero. Avvenuto ormai più di sette mesi fa». Lo denuncia Antonio Cecere, che con la moglie Luisa Passaretti e con i due figli di 9 e 12 anni, è costretto a vivere fuori casa dallo scorso 24 gennaio. Il loro appartamento è in via Chieti a Torrevecchia Teatina, zona in cui durante l’emergenza maltempo si aprì una frana che causò lo sgombero anche di un’altra famiglia. Inizialmente i Cecere furono trasferiti in un bed and breakfast in cui vissero per circa due mesi, ma ad oggi la situazione non è migliorata: «Quello che ci ribadiscono è che la Regione non verrà mai a capo della situazione perché quelli sono terreni privati», racconta Cecere, «ogni volta che ci rechiamo in Comune non riusciamo a risolvere nulla. Non so più che fare». Una sola cosa avrebbe ottenuto la famiglia: «Siamo stati trasferiti da fine marzo in un albergo, Villa Immacolata, sopra San Silvestro. Struttura convenzionata con la Regione dal 2009 e dove ci avrebbero dovuto portare subito. Ci rispondono sempre che dobbiamo provvedere all’autonoma sistemazione, c’è menefreghismo: a questo punto non è possibile che dal Comune non diano una risposta sulle sorti della mia abitazione», dice Cecere, ormai disoccupato: «Non ho soldi da anticipare», diceva già a gennaio.
E la situazione sarebbe ancora più intricata: «Ho incaricato anche un avvocato: sono emersi molti documenti che farebbero dubitare della possibilità di costruire in quella zona franata», svela Cecere, «un’area ad alto rischio idrogeologico, classificata così dal 2004 come certificato anche sull’ordinanza di sgombero. Rischio che sono riuscito ad accertare solo ora». Prosegue: «Ho acquistato due anni fa quella casa da un privato, struttura che probabilmente non poteva essere neppure venduta. Eppure in quella zona continuano ad abitare altre famiglie». Pochi sarebbero gli interventi messi in atto: «L’unica cosa che hanno avviato, dopo che ho fatto scrivere da legali, è lo smantellamento del capannone pericolante che provocò la frana», continua ancora Cecere, «eliminarlo sarebbe stata la prima cosa da fare subito dopo l’ordinanza di sgombero». E infine sbotta: «Nessuno vuole prendersi la responsabilità di farmi rientrare: io e i miei bambini siamo diventati un capro espiatorio. E nel frattempo la banca non vuole bloccare i pagamenti del mutuo».
Edoardo Raimondi

