Gamba amputata, condannata la Asl

Paziente teatino ottiene dal giudice il risarcimento di 204mila euro ma la sanità pubblica si dimentica di pagarlo
CHIETI. Il calvario di D.T., 45 anni di Chieti, comincia nel 2005. Gli amputano la gamba sinistra che poteva essere salvata da un tumore. Dopo dieci anni, il 16 ottobre scorso, il paziente ottiene finalmente giustizia.
Il giudice Nicola Valletta condanna la Asl di Chieti a risarcirgli un danno di 204mila euro. Ma dopo la malasanità c’è la beffa. La Asl, del manager Pasquale Flacco, dimentica di saldare il suo debito con il paziente che ha perso la gamba. La storia, nella sua drammatica sintesi, è questa. Ce l’ha raccontata, sentenza civile alla mano, l’avvocato Matteo Mion, un paladino dei diritti civili, soprattutto di quelli calpestati dalla malasanità. E’ autore del libro “L’Italia in barella” che ciascuno di noi può leggere sul sito www.matteomion.com. Su questo sito troviamo e leggiamo anche la sentenza teatina.
«Il mio assistito è stato danneggiato due volte. La prima quando gli hanno amputato l’arto inferiore; la seconda oggi che non ottiene ciò che gli spetta. Ho già scritto più volte alla controparte. Senza neppure ottenere la semplice cortesia di una risposta», commenta Mion con un’inflessione di voce che tradisce la sua origine veneta, per la precisione di Padova.
Il paladino che lotta contro la malasanità passa all’azione: «A questo punto siamo costretti a pignorare la Asl di Chieti», annuncia. Lo farà sulla base di una sentenza civile che non lascia dubbi a chi la legge. Il teatino D.T., del quale tuteliamo l’identità, perde la gamba il 17 febbraio del 2005. Subisce un primo intervento per l’asportazione di un tumore osseo benigno (esostosi) ma i medici non prendono in considerazione «l’opportunità di una exeresi radicale», cioè di una pulizia totale del tumore. Né, in fase di dimissione, viene adottata la «necessità di follow up continuo», cioè di controlli successivi e costanti. Due mesi più tardi, un esame istologico e una radiografia rendono indispensabile l’amputazione della gamba sinistra per condrosarcoma periferico, un tumore ben più grave del primo.
Per 150 giorni il paziente vive la fase acuta della sua malattia: resta immobilizzato e costretto a sopportare dolori lancinanti. Ma il caso di malasanità finisce in tribunale. Il giudice nomina, come si fa in questi casi, un consulente tecnico d’ufficio, Paolo Ferrante, che coglie nel percorso diagnostico, nelle scelte di intervento e nelle terapie espletate, le cause dell’esito infausto nella malattia. E fissa al 20 per cento le possibilità di salvare l’arto inferiore di D.T. se i medici fossero intervenuti in modo corretto. La percentuale è servita al giudice per quantificare il danno biologico che, in base all’età del paziente, sarebbe stato al lordo di 1.022.032 euro diventato 204mila euro per quella percentuale che gli è stata riconosciuta. Ma la Asl si è dimenticata di pagare il conto.

