Genitori e fratelli di Simone Daita chiedono i danni

2 Febbraio 2017

Prima udienza in Assise per l’assassinio del giornalista I parenti: «Un milione e 670 mila euro per la sua vita»

CHIETI. Un milione e 670 mila euro. Tanto vale la vita di Simone Daita, il giornalista morto il 15 marzo dell’anno scorso, dopo che nella notte del 28 febbraio del 2015 era stato atterrato da un pugno sferrato dal ventitrenne teatino Emanuele D’Onofrio.

Ieri mattina è partito il processo in corte d’assise che vede D’Onofrio imputato di omicidio preterintenzionale. Le parti civili ammesse al processo sono rappresentate dai genitori e dai fratelli di Simone. Il padre e la madre, Paolo e Maria, sono assistiti dall’avvocato Mauro Faiulli, e i fratelli Concetta, Danilo e Pina dall’avvocato Enrico Raimondi. I familiari, che ieri non erano presenti all’udienza, vogliono far valere i loro diritti a essere risarciti per la perdita del congiunto e il diritto a essere risarciti del danno da lui subito per i lunghi mesi passati da un letto d’ospedale all’altro in stato comatoso, un risarcimento che dovrebbe essere dato alla vittima ma che in questo caso viene ereditato dai parenti, sia i genitori che i fratelli. Faiulli ha chiesto, dunque, per ognuno dei genitori 400 mila euro e Raimondi ne ha chiesti 290 mila per ognuno dei fratelli.

L’imputato, che studia all’università, lavora e non ha precedenti penali, si è presentato in aula davanti ai due giudici togati Geremia Spiniello e Isabella Allieri, ai sei giudici popolari e al pubblico ministero Giuseppe Falasca.

Silenzioso e dal contegno tranquillo, almeno all’apparenza, è arrivato accompagnato dai genitori e da qualche amico. Sulle sue spalle, a poco più di vent’anni, pesa un’accusa pesante, che prevede dai 10 ai 18 anni di carcere. Il suo difensore, l’avvocato Roberto Di Loreto, imposterà la difesa puntando sulla legittima difesa. Cercherà di dimostrare che il ragazzo è stato provocato e aggredito, per prima, dallo stesso Daita e che lui si è semplicemente difeso sferrando un pugno, come ha detto lui stesso, qualche ora dopo l’aggressione avvenuta nella notte in piazza Gian Battista Vico, andando in questura per raccontare la sua versione.

Un altro nodo da sciogliere per la difesa è legato alle perizie affidate dalla Procura al consulente Cristian D’Ovidio. «Mi sono riservato la valutazione dell’ammissibilità della produzione delle relazioni a firma del consulente della Procura, D’Ovidio», ha detto l’avvocato Di Loreto, che ha intenzione di sollevare un’eccezione proprio sulle consulenze del medico legale. Non lo ha fatto nell’udienza di ieri soltanto perché il pubblico ministero non le prodotte in quella sede, ma lo farà appena gliene sarà concessa la possibilità. Ha espresso, comunque, sin da subito la volontà di avere a disposizione un’altra perizia. «Credo ci sia necessità di effettuare una perizia medico-legale sulle cause del decesso», ha detto senza mezzi termini.

Secondo i risultati della consulenza di D’Ovidio, la causa della morte di Simone Daita sono da ricondurre ai pugni, sicuramente più di uno, sferrati in quella maledetta notte in piazza Vico, davanti al caffè Bon Bon. A suo giudizio, non c’erano responsabilità di tipo sanitario e assistenziale nel corso dell’anno che l’uomo ha passato in varie strutture sanitarie.

L’udienza di ieri mattina si è aperta e chiusa in venti minuti. Il tribunale ha verificato la costituzione delle parti e il pubblico ministero ha chiesto l’ammissione della lista testi, che è molto lunga, e della produzione documentale, che consiste per lo più nelle cartelle cliniche dell’anno in cui Simone Daita è stato ricoverato in stato semi comatoso. L’udienza è stata rinviata al prossimo 8 marzo per ascoltare tutte le testimonianze. E probabilmente, vista la folla di testimoni, ci vorranno parecchie ore, anche se i testi sono per lo più gli stessi, sia per l’accusa che per la difesa. Solo le parti civili ne hanno convocati 25. Si tratta sia dei poliziotti che hanno condotto l’inchiesta, sia i medici che hanno preso in cura il paziente a Chieti e a Pescara (a partire dal primo momento quando è arrivato al pronto soccorso), sia infine i ragazzi che si trovavano quella notte in piazza Vico, al caffè Bon Bon.