«Giallo archiviato senza sentire i testi»

25 Luglio 2014

Maurizio D’Alò scomparso sedici anni fa e forse ucciso: il legale dei familiari si oppone alla decisione della procura

CHIETI. E’ scomparso nel nulla da Chieti sedici anni fa: per i parenti Maurizio D’Alò è stato ucciso. Per la procura invece si è suicidato. Così il pm, Marika Ponziani, chiede di archiviare il giallo, ma i parenti si oppongono. Con un atto di cento pagine, depositato ieri mattina, l’avvocato Mario Del Monaco, chiede al gip di far continuare le indagini e, soprattutto, di sentire un lungo elenco di testimoni che, secondo il legale, sarebbero stati ignorati con troppa fretta dalla procura.

Ecco che cosa dice l’avvocato: «Su richiesta dei miei assistiti, Guido e Catia D'Alò, rispettivamente padre e sorella di Maurizio - scomparso in circostanze misteriose a Chieti, dalla zona del Tricalle, nel novembre/dicembre 1998 - ho depositata l’opposizione alla richiesta d’archiviazione firmata dal pm Ponziani il 10 giugno scorso. L’inchiesta era stata riaperta a seguito di una nostra querela, contro ignoti, per presunto omicidio e contestuale occultamento del cadavere di D’Alò presentata il 21 marzo scorso.

E' appena il caso di precisare, che a parte lo stupore delle parti offese nell'apprendere la variazione della notizia di reato da omicidio a istigazione al suicidio, e nel prendere atto della tempistica lampo di conclusione di un'inchiesta così complessa (soli 82 giorni) dalla notizia di reato del 21 marzo, alla luce dei pochi elementi di indagine acquisiti dagli inquirenti, ovvero due sole e sintetiche persone sentite a sommarie informazioni, peraltro basate su temi generici e non su quelli circostanziati nella nostra querela, le stesse indagini sono da intendersi lacunose. Se non totalmente deficitarie specie negli specifici atti di indagine richiesti in sede di querela».

Arriviamo quindi ai punti chiave dell’opposizione con cui si chiede di riaprire il giallo: «Gli inquirenti non hanno inteso ascoltare su circostanze specifiche chi ha gravemente affermato che «... Ormai Maurizio è terra per i ceci…» e tanto meno confrontare le contrastanti dichiarazioni della donna con cui Maurizio aveva una relazione e di una sua amica che, in dichiarazioni a verbale, l’ha prima informata che D'Alo «Era stato ucciso e messo sottoterra» salvo poi specificarle, qualche mese dopo, anche le modalità di tumulazione ovvero: «Sotto a un pilastro». Questi due testimoni, secondo l’avvocato dei familiari del teatino scomparso, sarebbero stati ignorati. «Per di più gli inquirenti, al contrario di quanto indicato in querela, non hanno inteso eseguire alcuna prova di chemioluminescenza nell'ultimo luogo dove è stato visto da solo D'Alò ovvero la casa familiare, e tanto meno tale prova è stata effettuata sull'ultimo autoveicolo che lui aveva in uso, disinteressandosi persino di reperire la targa e verificare se lo stesso sia ancora in circolazione».

Ma l’avvocato va avanti: «Ancor più incomprensibile per le parti offese è stato l'atteggiamento degli inquirenti che non hanno preso affatto in esame tutte le persone indicate in querela ed informate sulle circostanze di una violenta colluttazione avvenuta, poco prima della sua scomparsa, tra Maurizio D'Alò e un suo rivale in amore. Anzi, dopo averne conosciuto durante queste indagini le generalità, inspiegabilmente non hanno inteso ascoltarlo al fine di precisare tali fondamentali fatti».

E ancora: «Gli inquirenti si sono totalmente disinteressati dal verificare i nominativi e le causali dei beneficiari degli assegni firmati dal D'Alò che avevano ridotto a zero la sua consistente buonuscita dalla Dayco (dove lavorava, ndr), in quanto poco prima della scomparsa aveva un ultimo saldo sul proprio conto Unicredit di sole 79.834 vecchie lire, che al contrario di quanto supposto dagli odierni inquirenti non gli avrebbe sicuramente permesso una vita agiata in isole da sogno».

I motivi dell’opposizione proseguono: «Ad avviso delle parti offese gli inquirenti non hanno indagato e cercato riscontri neanche sulle motivazioni per cui D’Alò avesse regalato la più che considerevole somma di 90 milioni di lire alla moglie, dato che all'epoca della sua scomparsa non aveva più nessuna comunanza di intenti e sentimentali con lei, anzi affermava a più persone di avere prove certe sui suoi tradimenti che lo rendevano furibondo». Inoltre, mistero nel mistero, da indagini difensive è emerso che i tabulati telefonici relativi alle utenze mobili dello scomparso, della coniuge e di un amico - richiesti con decreti "di massima urgenza" dal pm che nel 2003 indagò sull’incendio all’azienda della moglie a Dragonara – sono spariti dal fascicolo. Così come dalle indagini effettuate nel 1999, quella sulla sparizione di D’Alò, spuntano verbali della Squadra mobile di Chieti in cui gli estensori fanno riferimento ad una «non identificabile telefonata ricevuta dalla moglie successivamente alla scomparsa del D'Alò». Che fece pensare a una sua fuga volontaria, poco credibile però secondo l’allora capo della mobile di Pescara, Enrico De Simone, che in una nota del 9 novembre 2002, «riteneva di non condividere affatto le risultanze di un allontanamento volontario del D'Alò espresse dai propri colleghi di Chieti e poste alla base della prima frettolosa archiviazione».

Il legale ed i familiari concludono: «Ad ogni buon conto, le persone offese nel loro atto oltre ad indicare in ben nove punti l'oggetto delle indagini suppletive e dei relativi elementi di prova, hanno evidenziato ulteriori temi di indagine, indicando due nuove persone informate dei fatti a sostegno delle dinamiche rappresentate nella querela del 21 marzo scorso». La decisione di riaprire il mistero del teatino scomparso spetta ora al gip.