Giovane pugnalato davanti al pub Il medico legale: «Poteva morire»

Christian Cipressi e l’ex fidanzata riconoscono in aula l’accoltellatore: «Ha colpito vicino al cuore» ll racconto del ferito: «Con la lama puntava anche al collo, ho pensato che sarebbe finita male»
CHIETI. «Si è trattato di un atto certamente idoneo a causare la morte». È la frase chiave della testimonianza del medico legale Cristian D’Ovidio, ascoltato ieri mattina durante il processo per l’accoltellamento di Christian Cipressi, teatino di 27 anni, avvenuto all’esterno del pub Bros di Chieti Scalo nella notte tra il 25 e il 26 febbraio del 2017. Davanti al collegio del tribunale di Chieti presieduto da Guido Campli (giudici a latere Chiara Di Gerio e Giulia Colangeli), il consulente della procura ha risposto alle domande del pm Giuseppe Falasca e dei difensori di Luigi Coppola, 22 anni di Scafati, e Carmine Gallo, 25 anni di Torre Annunziata, accusati di tentato omicidio aggravato dai futili motivi. E proprio Gallo, presente in aula, è stato riconosciuto sia da Cipressi che dall’ex fidanzata come l’accoltellatore.
Il professor D’Ovidio, docente dell’università d’Annunzio, ha giudicato pienamente compatibili le lesioni riportate dalla vittima con il coltello a serramanico dalla lama di sette centimetri sequestrato dalla polizia. «Le ferite», ha sottolineato D’Ovidio, «sono localizzate in un’area molto importante, di estrema vicinanza al cuore». Dunque, le coltellate avrebbero potuto provocare il decesso del giovane. Al tempo stesso, il medico legale ha precisato che Cipressi, «pur avendo riportato una malattia certamente superiore della durata di 40 giorni», non è mai stato in pericolo di vita. Non solo: Cipressi ha riportato pure un taglio sulla mano da «difesa passiva».
Decisivo anche il racconto della vittima, assistita dall’avvocato Luca Pellegrini: «Quella sera, insieme alla mia fidanzata, ero andato con alcuni amici al Bros. Mentre stavamo entrando per prendere un drink, un gruppo di napoletani ha fatto apprezzamenti volgari verso la mia ragazza. Io mi sono girato e li ho guardati. Gallo si è avvicinato e mi ha puntato la testa sulla faccia. È stato lui il primo a colpirmi, poi sono arrivati anche altri due. Io mi sono solo difeso. Poteva finire male per me. Quando uno di loro ha messo la mano in tasca e ha cacciato il coltello, mi sono spaventato. Non mi ha colpito solo al torace, vicino al cuore, ma ha puntato più volte verso il collo. Mi sono difeso coprendomi con la mano. Devo ringraziare che ho fatto un percorso di arti marziali». In aula ha parlato anche l’allora compagna di Cipressi: «All’epoca», ha ricostruito la giovane, «ero ancora minorenne ed ero incinta. Ho visto Gallo tirare fuori il coltello dalla tasca di un giubbino di colore blu: strillava, ci metteva rabbia».
Dopo l’accoltellamento, in base alla ricostruzione dell’accusa, i tre sono saltati a tutta velocità su una Ford Ka che si è allontanata sgommando dal Bros. Salvo poi uscire di strada in via Papa Giovanni, precipitando dentro il cortile di un palazzo. Gallo è stato poi ricoverato in ospedale. Sarebbe stato impossibile collegare incidente e accoltellamento se non fosse per il fatto che il giorno dopo una volante della polizia ha incrociato Coppola vicino all’auto. Il ragazzo ha detto che stava cercando il portafoglio, ma l’agente ha mangiato la foglia e, guardando meglio, ha trovato il coltello con cui era stato colpito Cipressi. «Sembrava il terremoto», ha riferito una residente in merito all’incidente. L’ispettore Nicola Di Nicola, all’epoca in servizio alla squadra mobile, ha ricostruito le fasi dell’indagine. I difensori degli imputati, gli avvocati Antonello Remigio e Giuseppe Di Palma, puntano alla tesi della legittima difesa. Cipressi si è costituito parte civile e chiede un risarcimento di 150mila euro. Il terzo indagato, 16enne, è stato già condannato a tre anni con il rito abbreviato. La prossima udienza è in programma il 16 novembre.
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