«Giustizia fatta, buttate le chiavi»
I familiari delle vittime usciti dall’aula durante l’arringa difensiva
CHIETI. «Finalmente è stata fatta giustizia». Esce dall’aula con gli occhi gonfi di lacrime il fratello di uno dei bimbi abusati da Riccardo Furgiuele. Abbraccia l’avvocato di parte civile Monica D’Amico e dà un bacio alla mamma, mentre un nonno si sfoga: «Adesso devono buttare la chiave». Sono le 15.58 quando il giudice Andrea Di Berardino legge il dispositivo della sentenza contro l’allenatore di Sambuceto. È l’ultima scena di una giornata che comincia alle 9 in punto per i familiari delle piccole vittime: una quindicina sono quelli che affollano l’aula 1, al primo piano del tribunale. Mamme e papà, nonni e nonne, fratelli e sorelle: per loro, come ripetono gli avvocati di parte civile, oggi è «un giorno terribile, è come rivivere una seconda volta l’incubo».
E c’è chi non regge al dolore. Come la mamma di un piccolo atleta, 7 anni appena all’epoca dei fatti, che esce più volte dall’aula quando il pm Giuseppe Falasca ricostruisce le violenze che hanno visto protagonista l’allenatore. L’imputato è seduto accanto all’avvocato Luigi Antonangeli: ha davanti a sé un foglio, una cartellina arancione e prende continuamente appunti quando parla l’accusa. Un papà guarda fisso a terra, forse non vuole incrociare lo sguardo della moglie che fa fatica a trattenere le lacrime. Ma la scena più significativa dell’udienza accade durante l’arringa difensiva, quando Antonangeli tratteggia la figura di Furgiuele come quella di un allenatore che ha interpretato il suo ruolo in modo «romantico, cercando di togliere i bambini dalla strada e dando loro un futuro importante». A quel punto i familiari delle vittime manifestano il loro disappunto non con le parole, ma con un gesto: nello stesso istante, escono tutti dall’aula. E rientrano solo ad arringa terminata.
Alle 15.58, quando il giudice Di Berardino pronuncia quel numero a due cifre che pesa più di un macigno, Furgiuele e il suo avvocato non sono presenti in aula. I parenti dei bimbi restano in silenzio anche stavolta, «perché non c’è niente da esultare», ripetono. «Processi come questi», dice una mamma uscendo dal tribunale, «servono anche ad altri ragazzini, che si sono trovati in casi del genere, per trovare la forza di denunciare». E ancora: «Per me non ha un nome», continua riferendosi a Furgiuele. «Questa persona ha bisogno di ritrovare se stessa». «Mio nipote», aggiunge un nonno, «mi ha detto che, se Riccardo tornava libero, lui se ne andava dall’Italia. Non potete immaginare la sofferenza del mio bambino. Io non ho mai trovato la forza di chiedergli qualcosa su quello che era successo. Gli ho solo detto di dire sempre la verità. E oggi la verità è venuta fuori». (g.let.)
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