Guardiagrele, scontro sulle carte della Asl

4 Febbraio 2021

I consiglieri di minoranza: «Da dicembre 30 comuni ad alto rischio contagio, ma nessuno lo sapeva»

GUARDIAGRELE. «Dallo scorso mese di dicembre erano ben 30 i comuni della provincia di Chieti ad alto rischio di contagio, ma nessuno però lo sapeva». La notizia arriva dal gruppo consiliare di minoranza Guardiagrele il bene in comune dopo l’esame di alcuni documenti. «In uno di questi», sottolinea il gruppo di centrosinistra, «abbiamo scoperto che dalla metà di dicembre 2020 la Asl di Chieti, aveva classificato 30 comuni della provincia (su un totale di 103) in una fascia di rischio alta, con la presenza di circa 124.000 cittadini a rischio di veicolare il virus. Tra questi comuni c'erano anche Guardiagrele e altri 6 comuni del distretto. Questo documento è stato trasmesso alla Regione il 17 dicembre, come parte della proposta della Asl per una campagna di screening alla popolazione». Guardiagrele il bene in comune precisa poi che il quadro è cambiato all' inizio di gennaio, come evidenziato dai rapporti della Asl. «Ma», sottolinea il gruppo, «seppure molti comuni vengono collocati in una fascia di minore rischio, non pochi vi restano. Guardiagrele, ad esempio, resta in una fascia alta e gli altri 7 del distretto che vi erano prima ne escono». Il gruppo si domanda, quindi, come mai queste informazioni non siano state date alla popolazione. «Era necessario adottare misure straordinarie alla luce di questi dati? Come mai, se questo era il quadro sin dalla metà di dicembre, lo screening, che avrebbe potuto quanto meno limitare il contagio, è stato avviato dopo oltre un mese?». A proposito dello screening, precisa il gruppo, abbiamo poi trovato alcuni documenti che dimostrano una gestione discutibile, se inquadrata nel pieno della diffusione della variante inglese, soprattutto in provincia di Chieti». Il gruppo sottolinea poi che il dato preoccupante riguarda la modalità di esecuzione dello screening. Una nota della Asl del 22 gennaio, per giustificare l' uso dei tamponi “later flow” e la loro sensibilità alla variante inglese, cita un documento britannico nel quale si parla di uno studio fatto su alcune marche. «Ebbene», continua il gruppo, «se leggiamo gli atti con i quali la Regione ha acquistato solo a fine dicembre i suoi tamponi, vediamo che nessuno dei lotti è riconducibile a quelle marche, senza trascurare che per ogni lotto i tamponi hanno costi unitari diversi, da un minimo di 2,29 a un massimo di 3 euro a tampone». Il gruppo pone una serie di domande: «I tamponi utilizzati che efficacia reale hanno? Per tracciare le varianti, doveva forse essere utilizzato un percorso diverso? Siamo sicuri che i campioni prelevati con tampone molecolare, siano realmente rappresentativi? Come mai, per quello che ci risulta, la Regione non ha risposto alla nota della Asl con la quale si forniva l' indicazione di effettuare uno screening proprio con i molecolari, almeno nei comuni con rischio più elevato? Noi», conclude il gruppo, «porteremo la vicenda all’attenzione della commissione di vigilanza del Consiglio Regionale e chiederemo di essere sentiti con l’auspicio che le cose siano gestite in modo diverso». (g.i.)