«Ha coperto 2 terroristi»: ora è indagata

18 Luglio 2024

Una 32enne accusata di dichiarazioni fasulle nel processo nei confronti di un foreign fighter originario di Loreto Aprutino

CHIETI. È accusata di aver coperto due terroristi, l’ex marito Alteren Altindas e l’amico Stefano Costantini, originario di Loreto Aprutino e condannato in via definitiva a cinque anni di reclusione. La procura della Repubblica di Chieti ha iscritto nel registro degli indagati per il reato di falsa testimonianza Giulia Maria Weber, tedesca di 32 anni, ascoltata dai giudici della Corte d’assise teatina il 29 dicembre 2021 nell’ambito del processo nei confronti del giovane foreign fighter abruzzese, arrestato dalla Digos di Pescara e della polizia turca per aver partecipato, nel 2015, all’associazione terroristica di matrice islamica Jahbat Al Nusra, ritenuta una costola di Al Qaeda in Siria.
LE ACCUSE
La donna, secondo il capo d’imputazione formulato dal pubblico ministero Giancarlo Ciani, si è rifiutata di rispondere «alle domande attinenti alla partecipazione di Costantini e del suo ex marito all’associazione Jund Al Aqsa e alla partecipazione degli stessi a combattimenti armati». Non solo: Weber ha affermato «contrariamente al vero di non sapere se l’imputato avesse partecipato a combattimenti». Inoltre, sempre falsamente, la trentaduenne ha sostenuto di non essere a conoscenza del fatto se lo stesso Costantini possedesse un fucile kalashnikov. «Infine», conclude il pm, «mostrava reticenza rispetto a ulteriori domande concernenti l’imputato». Da qui, la decisione di contestare alla donna un reato punito con la reclusione da due a sei anni.
L’ITER
Il pm ha firmato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari: significa che Weber, assistita dall’avvocato Italo Colaneri, ha venti giorni di tempo per presentare memorie, produrre documenti o chiedere di essere interrogata. Poi la procura deciderà se sollecitare l’archiviazione o il rinvio a giudizio.
LE FALSE DICHIARAZIONI
Secondo la sentenza passata in giudicato, Costantini – dopo essersi trasferito con la compagna e i figli nella provincia di Idlib – è diventato parte integrante dell’associazione terroristica, arruolandosi per compiere atti di violenza e appoggiando le finalità belliche in territorio siriano contro lo stesso Stato sovrano della Siria e contro le milizie curde. Nel 2014 la Weber era in Siria con l’allora marito e abitava insieme a Costantini e la convivente. La trentaduenne è stata citata come testimone dalla procura distrettuale dell’Aquila e, nell’udienza di fine 2021, si è collegata in videoconferenza da Tubinga: rispondendo alle domande del presidente del tribunale Guido Campli e del pubblico ministero Simonetta Ciccarelli, ha smentito le dichiarazioni rese a suo tempo nel corso di un lungo interrogatorio e, fra queste, che Costantini le avesse mai raccontato di essersi addestrato come attentatore suicida e che volesse morire come un martire.
«L’INCONTRO IN MOSCHEA»
Incalzata dal pm, Weber ha raccontato che in Svizzera fu interrogata per 16 ore ed era sotto pressione. Riguardo al kalashikov con il quale Stefano venne immortalato in una foto, la donna ha risposto così: «Mio marito aveva quell’arma per la sua protezione, l’aveva comprata in città». Insomma: la superteste dell’accusa per diverse ore ha negato qualsiasi conoscenza in merito all’appartenenza di Costantini a organizzazioni islamiche e terroristiche; ha raccontato invece che conobbe Stefano nel 2013, nella moschea di Stoccarda, in quanto migliore amico del marito. Ma il tentativo di Weber di coprire il terrorista non solo non ha evitato a Costantini una condanna a cinque anni, ma ora rischia di costarle anche un processo.