Honda truffata, il processo non parte

30 Maggio 2017

Atti rinviati alla Procura per integrare il capo d’imputazione: tutto da rifare per Di Lorenzo e gli altri sette indagati

LANCIANO. Niente da fare: il processo Honda non parte. La vicenda giudiziaria, nata all’indomani di un esposto che l’azienda delle due ruote aveva presentato in Procura per presunti danni subiti dalla gestione del suo ex vicepresidente Silvio Di Lorenzo, ieri mattina è approdata dal giudice per le udienze preliminari Marina Valente, ma solo per sentire il magistrato rinviare gli atti in Procura. Il motivo sono “problemi” nel capo di imputazione. Il procuratore capo facente funzioni Rosaria Vecchi, titolare dell’inchiesta, dovrà integrare le accuse, rifare l’avviso di chiusura indagini e chiedere di nuovo il rinvio a giudizio per associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata ai danni della Honda, quantificata in dieci milioni di euro, e rivelazione di segreto professionale per l’ex vicepresidente Di Lorenzo, 66 anni, la moglie Giovanna Piera Maesa, 61 anni, e i figli Matteo Romolo e Francesco Di Lorenzo, 39 e 35 anni, e per i manager di aziende dell’indotto Honda, Pietro Rosica, 57 anni, Isaia Di Carlo, 52, Gabriele Domenico Scalzi, 47 anni, e Antonio Di Francesco, 62. I fatti contestati riguardano il periodo dal 2006 al 2010. I legali degli imputati -che tornano indagati- avranno poi 20 giorni di tempo per presentare le memorie difensive e ribadire l’innocenza dei propri assistiti. Poi il gip dovrà fissare la data dell’udienza preliminare. Questioni tecniche, quindi, e una trafila da ripetere poiché la Procura avrebbe saltato alcuni capi di imputazione nel presentare il fascicolo. È la seconda volta che l’udienza preliminare “salta”.
La prima udienza dal gup, fissata al 10 aprile scorso, non si era svolta a causa dello sciopero degli avvocati. Questa volta c’è stata ma gli atti sono stati rinviati alla Procura. Che dovrà ripetere le accuse già mosse, ovvero che Di Lorenzo sarebbe stato ai vertici di raggiri alla multinazionale nipponica, e si sarebbe costruito, assieme ad altri soci, ingiusti profitti. Per l’accusa il manager, alla Honda per 30 anni, avrebbe raggirato l’azienda attraverso l’uso di società che facevano capo a lui nella esecuzione di beni e servizi, a volte senza contratti. Avrebbe poi autorizzato pagamenti a favore di aziende a lui vicine per scopi personali.
Di Lorenzo ha sempre rigettato le accuse, sostenendo di avere agito nel solo ed esclusivo interesse della Honda e che le scelte e le decisioni aziendali sono state condivise negli anni con altri nove dirigenti italiani, il comitato esecutivo aziendale, il Cda, il collegio sindacale e la società di revisione e certificazione. L’inchiesta, un dossier di 70 pagine, sulla presunta truffa ai danni della Honda è stata condotta dal nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza di Chieti. (t.d.r.)
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