Honeywell verso gli incentivi all’esodo

Labbrozzi (Fiom): «Non vogliamo arrivarci ma è un elemento in più per noi». Di Camillo (Fim): «Non fermiamoci ora»
ATESSA. È sempre il più triste il giorno dopo. Quello che arriva quando la botta di una brutta notizia ti ha travolto, ma in quei momenti si era troppo arrabbiati, troppo intontiti per metabolizzare. Il giorno dopo la tristezza arriva a inondare, violenta, il cuore. Davanti al presidio della Honeywel i cui vertici hanno deciso la cessazione definitiva delle attività in primavera, sono rimaste solo le foglie. I tendoni, le sedie, la tensostruttura della Protezione civile, il generatore di corrente, i tavolini e la bombola per cucinare stanno via via lasciando il posto allo scenario di una fabbrica come tante. Si torna sulle linee di montaggio dopo due mesi di protesta epica. La più lunga d’Abruzzo, una delle più delicate d’Italia.
Sessanta giorni di picchettaggio, di speranze, di comunicazioni alla stampa, di assemblee, animate e lunghissime, di amarezza condivisa, di caffè bollenti dentro notti ghiacciate, di confidenze al collega, divenuto fratello di lotta, di ore vuote di lavoro, ma piene di una carica nuova, che viene dal condividere lo stesso dramma e le stesse paure. Tutto finito, nel peggiore dei modi.
I sindacati hanno comunicato all’azienda mercoledì sera, dopo l’assemblea convocata con i lavoratori, l’interruzione dello sciopero. Piano piano, a turno, si rientrerà nello stabilimento dei turbo. Una fabbrica che lentamente muore, che è già morta per la multinazionale che ha 300 sedi nel mondo e una moltitudine di campi di azione in Italia e nel globo. «L’azienda ha preso questa difficile decisione in seguito a un’approfondita analisi dello stabilimento», si legge in una nota, «che da diversi anni si trova ad affrontare problemi di sovracapacità e di competitività a causa del declino dei motori diesel e della crescente concorrenza internazionale. L’azienda sarà disponibile fin da subito ad avviare il dialogo con i rappresentanti dei lavoratori, per individuare le soluzioni migliori che possano minimizzare l’impatto su tutte le persone coinvolte». «Si apre una seconda fase, durissima e tutta in salita», hanno detto i sindacati ai lavoratori.
Qual è il futuro della Honeywell? Riconversione per realizzare altri prodotti? Prolungamento degli ammortizzatori sociali? Mantenimento di alcune produzioni? Intanto c’è il presente. Quattrocentoventi lavoratori diretti e altri 200 dell’indotto che da oggi sono disoccupati che lavorano, un ossimoro che sintetizza la tragedia di dover lavorare, ancora per qualche mese, per una fabbrica che chiude. «Siamo arrivati con estremi sacrifici al tavolo ministeriale e ora ci resteremo». È questa la strategia dei prossimi giorni. Il referente locale sarà il nuovo direttore di stabilimento che sostituisce Giancarlo Finizio, mentre gli interlocutori del ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, saranno i “francesi”, ossia i nuovi dirigenti del gruppo tanto temuti ad Atessa perché loro concorrenti diretti con lo stabilimento di Thaon Les Vosges.
«L’azienda ha confermato la disponibilità a discutere sulla condizione tombale dello stabilimento e a concedere degli incentivi all’esodo», riferisce Davide Labbrozzi (Fiom Chieti), «è l’ultima spiaggia a cui cercheremo di non arrivare, ma è un elemento in più che abbiamo». Da lunedì le macchine ricominceranno a girare e martedì c’è di nuovo un incontro al Mise. «Abbiamo perso una battaglia», dice ai compagni la rsu Fim, Dorato Di Camillo, «ma non la guerra. Abbiamo combattuto un mostro: 400 contro 130mila. Non dobbiamo fermarci ora, abbiamo ancora un tavolo nazionale e ci faremo valere».
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