I Bellia: parlavamo solo con Benna

4 Marzo 2017

Interrogati i quattro arrestati nell’inchiesta “Ocean”: respingono ogni accusa

CHIETI. Si sono difesi e hanno cercato di spiegare la loro posizione davanti al giudice per le indagini preliminari, respingendo ogni addebito. Nessuno si è avvalso della facoltà di non rispondere. Hanno parlato tutti e quattro gli arrestati nell’ambito dell’operazione “Ocean” sulle presunte maxi truffe e frodi commerciali attraverso società fantasma. Ieri mattina, nel carcere di Madonna del freddo, c’è stato l’interrogatorio di garanzia davanti al giudice delegato Luca De Ninis. L’inchiesta è coordinata dalla procura di Perugia che ha individuato anche una «cellula teatina» di cui si è chiesto conto ieri ai quattro in arresto a Chieti, i fratelli teatini Luciano Bellia (difeso dagli avvocati Vittorio Supino e Giancarlo Carlone) e Gianni Bellia (assistito da Giacomo Cecchinelli), il consulente finanziario ortonese (difeso dagli avvocati Francesco Terra e Massimiliano Ceddia) e il francavillese Vincenzo Tripodi (assistito da Antonio Di Blasio). Ognuno ha parlato per circa 40 minuti. Si è partiti da Luciano Bellia, per continuare con Tripodi, Gianni Bellia. Gli avvocati prepareranno richieste di scarcerazione che non hanno consegnato ieri a De Ninis semplicemente perché, essendo in quella occasione giudice delegato, non avrebbe fatto altro che passare l’istanza alla procura perugina. I fratelli Bellia, riferiscono gli avvocati, hanno spiegato di non conoscere la gran parte degli indagati (sono in tutto 18). L’unico con cui avevano una frequentazione era Christian Benna, venditore ambulante di porchetta di San Giovanni Teatino, che spesso staziona con il suo furgoncino a Francavilla al Mare, nei pressi dello svincolo per la variante della statale 16. Benna voleva comprare un’auto e per questo si era rivolto all’amico Luciano Bellia che l’aveva presentato al fratello Gianni che gestiva una concessionaria. «Un’amicizia nata gustando porchetta, nulla di più», dice l’avvocato Supino, secondo cui sarebbe davvero difficile gestire una «cellula di un’associazione a delinquere con “garbo e discrezione, senza mai apparire”, come recita l’ordinanza». Anche il consulente ha detto di non conoscere la gran parte degli indagati. «Il mio cliente non ha mai inteso costituire, organizzare o promuovere tale associazione a delinquere», dice l’avvocato Terra, «d’altronde come avrebbe fatto se non ne conosceva i membri? Di uno, addirittura, conosceva solo lo pseudonimo, vale a dire il nome falso che utilizzava per le truffe. Molte persone, inoltre, le conosceva solo per via del suo lavoro». (a.i.)