I picchiatori respingono le accuse «Noi gli aggrediti, ci siamo difesi»

In tre sono sotto inchiesta per aver picchiato cinque coetanei arrivando anche a rubare una macchina La versione sull’auto: «L’abbiamo usata solo per scappare». Uno degli indagati: scambio di persona
CHIETI. Loro erano gli aggrediti e non gli aggressori: è quanto in sostanza ha detto uno dei giovani interrogati ieri perché accusati di lesioni personali, porto abusivo di arma, minaccia, furto e danneggiamento con l’aggravante dei futili motivi. «I ragazzi hanno risposto a tutto e hanno chiarito tutto», afferma l’avvocato Monia Scalera, che insieme alla collega Barbara Santoleri difende il 18enne Matteo Camillo Mammarella. Gli altri accusati, entrambi 19enni, sono Morgan Gabriel Di Rocco difeso da Paolo Zaccardi e Gabriele Candeloro difeso da Marco Femminella. In quest’ultimo caso, quello di Candeloro, l’accusato addirittura non sarebbe stato presente in occasione delle risse dalle quali sono scaturite le indagini, e ci sarebbe stato quindi uno scambio di persona.
I capi di imputazione sono costati l’obbligo di dimora nei rispettivi comuni di residenza, con il divieto di uscire tra le 20 e le 7. Le misure sono state eseguite dai carabinieri della stazione di Chieti Scalo, dopo le indagini con testimonianze e immagini di telecamere che hanno deposto a sfavore dei tre accusati di aver aggredito cinque coetanei. Le misure sono state disposte dal giudice Luca De Ninis su richiesta del pm Marika Ponziani per due risse che risalgono al 7 e al 20 maggio. Due risse nelle quali gli accusati sarebbero stati gli aggrediti e non gli aggressori, come sostenuto dai difensori di Mammarella, intenzionati a chiedere la revoca della misura restrittiva. Due risse che sarebbero sempre iniziate per motivi pregressi: la prima, quella del 7 maggio, perché nel corso di un precedente litigio era stato aggredito un amico degli accusati; la seconda, circa due settimane dopo, perché uno di loro sarebbe stato avvicinato e in seguito aggredito da chi voleva chiarimenti su un’ulteriore lite avvenuta qualche tempo prima a Francavilla, e che avrebbe coinvolto un suo amico.
Oltre ad affermare di essere stati coinvolti nelle due risse per “motivi difensivi”, i giovani hanno anche respinto le accuse mosse per quanto riguarda il possesso di armi: «Ci sono state perquisizioni personali, in casa e nelle auto», sottolinea l’avvocato Scalera, «e in nessuna di queste occasioni sono venuti fuori né coltelli né tirapugni né alcun tipo di arma».
Tra le circostanze seccamente smentite c’è inoltre quella dei “motivi territoriali” all’origine delle presunte aggressioni e questioni di campanile tra Pescara e Chieti, dove hanno avuto luogo le risse. In particolare Di Rocco avrebbe apostrofato uno dei rissanti con l’espressione “pescarese di m…”, una circostanza ritenuta improbabile in quanto lo stesso Di Rocco, seppur residente a Francavilla, sarebbe pescarese (Mammarella è nativo di Chieti ma risiede a Manoppello, Candeloro vive a Chieti, ndr).
L’unica ammissione durante l’interrogatorio è stata quella del furto dell’auto, che gli accusati “derubricano” a metà tra la bravata e la leggerezza: avrebbero infatti sì portato via una Lancia Y, ma solo per fuggire dal luogo della rissa, e con l’intenzione di restituirla in qualche modo il giorno successivo.
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