I rifiuti sepolti esistono lo dice un tondino di ferro

14 Maggio 2014

L’effetto Bussi arriva fino al parco fluviale, il geologo della d’Annunzio Stoppa mostra la «mappa dei veleni» sotterrati che finora è stata ignorata dalla politica

CHIETI. I rifiuti interrati sotto il parco fluviale ci sono. Ed è un tondino di ferro che lo prova, all’occhio non esperto di qualunque visitatore. É quanto venuto fuori dalla passeggiata organizzata dal Wwf domenica scorsa sul lato destro del Pescara, alla quale hanno partecipato oltre 150 cittadini, in quell’area nella zona detta Sir (sito inquinato di interesse regionale). Ma a dirlo scientificamente è soprattutto uno studio Spin off-ResGea della facoltà di geologia dell’università d’Annunzio, coordinato dal professor Francesco Stoppa, che in raccordo con il dirigente del servizio gestione rifiuti della Regione Franco Gerardini ha accertato lo stato di alterazione di quel territorio che va dal Parco fluviale fino al fiume Pescara e a monte arriva fino a Bussi. E questo disastro è raccontato in una mappa che il geologo mostra a chi ha voluto partecipare alla passeggiata.

«Si tratta di uno studio pilota», dice il professor Stoppa, «elaborato su metodi scientifici altamente tecnologici e necessari per pianificare un qualsiasi intervento di bonifica del territorio».

Lo Spin off è servito a decodificare attraverso immagini satellitari e tecnologie avanzatissime la situazione del sottosuolo, in questo caso alterata. E i sondaggi quasi sempre confermano che in quei punti individuati esistono rifiuti sotterrati.

Ma i fondi per rimettere a posto quest’area vicino al fiume Pescara disseminata di discariche abusive e che sotto terra nasconderebbe mercurio, arsenico e cloroformio, i veleni di Bussi, sembrano non esserci e comunque nessun ente locale ritiene prioritario trovarli. Sembra più facile costruirci sopra. Come è stato fatto con il parco fluviale un’opera non finita e che vive sopra una bomba ecologica.

«Peraltro questo progetto pilota dell’ateneo dannunziano è stato utilizzato», continua Stoppa, «da molte regioni come il Trentino ma anche la Calabria e la Sicilia che hanno stanziato milioni di euro. Qui viene ignorato».

E naturalmente sembra assurdo agli ambientalisti del Wwf che su questi terreni si possa pensare ancora di costruire. Ancora due centri commerciali, vicino al fiume a rischio esondazione.

«I comuni nei loro piani regolatori generali», aggiunge Stoppa, «dovrebbero tenere conto dei Siti inquinati per dare una risposta chiara su quello che si può costruire o meno». E la storia del Megalò sembra raccontare qualcosa di ben diverso. Una società realizza il Megalò e in cambio dà al Comune di Chieti il parco fluviale. Il Comune chiede di bonificare l’area, ma ne nasce un contenzioso lungo e così la realizzazione del parco si ferma. I veleni restano sepolti. Ma anzi si gioca al rilancio e su quei siti ci sono mega progetti per realizzare altri due centri commerciali in un Abruzzo e una provincia che risultano essere ai primi posti in Italia in quanto a numero di strutture dedicate alla grande distribuzione.

Un altro tassello alla desertificazione della città, dove i negozi chiudono, dicono le associazioni di categoria Confesercenti e Confcommercio, divorati dalla concorrenza impietosa dei vicini centri commerciali costruiti sui veleni.

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