I truffatori: «Pronto, sono il rettore»

15 Novembre 2014

Le 33 pagine di accuse. Tra i 5 arrestati c’era chi imitava di Di Ilio o la segretaria di Cuccurullo e chi vendeva posti in Vaticano

CHIETI. «Pronto, sono il professor Carmine Di Ilio. Le garantisco le assunzioni di sua figlia e suo nipote». E dall’altra parte del telefono la signora Rita T. ringrazia con voce ossequioso ed emozionata. Ma non sa che è una truffa. Paga 6mila euro e attende la prossima telefonata che non arriverà mai.

A imitare la voce del rettore dell’Università D’Annunzio sarebbe stato Marco Marino, 54 anni di Ortona, agli arresti domiciliari da due giorni insieme alla sorella Patrizia, di 55 anni, impiegata al Dsb di Ortona, alla figlia di quest’ultima, Pamela Magno, 32 anni, al dirigente dell’Arta ed ex direttore amministrativo della Asl ortonese, Luciano Di Odoardo, di 69 anni e a Maria Concetta Vadini, ortonese di 55 anni.

A questi si aggiungono gli indagati che hanno evitato l’onta dell’arresto: Lino Cantillo D’Arcangelo, 59 anni di Casalincontrada, responsabile della mensa dell’ospedale di Chieti e Cesare Claudio Di Renzo, altro ortonese di 35 anni. Le accuse, a vario titolo, e tutte da dimostrare, vanno dal millantato credito, alla truffa, al falso, alla sostituzione di persona.

Se non ci trovassimo di fronte a un delicato ed eclatante caso giudiziario di falsi posti all’Ateneo, promessi in cambio di soldi, per un totale di 80 mila euro, le trentatrè pagine d’ordinanza, firmate dal gip, Paolo Di Geronimo, potrebbero essere facilmente scambiate per la sceneggiatura di un film di Totò. Magari quello con la scena della fontana di Trevi venduta ad uno sprovveduto americano.

Nel caso dell’inchiesta sulle false assunzioni, condotta dai carabinieri su delega del pm, Giuseppe Falasca, spuntano l’imitatore della voce del rettore in carica, ma anche la sedicente “segretaria Aruali” dell’ex rettore, Franco Cuccurullo, oppure docenti inesistenti della D’Annunzio («Pronto, sono la dottoressa Giansenti) o dell’Università di Tor Vergata e nientemeno che due assegni bancari della Caripe, agenzia numero 6 di Pescara, firmati dal rettore Di Ilio che D’Arcangelo avrebbe consegnato a Ugo D. e alla moglie che sospettavano della truffa e volevano indietro i soldi, 30mila euro. Ma quella firma non era del rettore.

Convocato dai carabinieri, Di Ilio l’ha disconosciuta ed ha denunciato i presunti impostori. Così come ha fatto il suo predecessore Cuccurullo il cui nome era stato millantato dalla “segretaria particolare Aruali”, alias Pamela Magno. Sono decine i casi di sostituzione di persona e di posti di lavoro fantasma. Si ripetono negli ultimi due anni, fino al 30 giugno scorso, tutti con lo stesso schema. Marino e Magno avvicinano le vittime perché le conoscono, come nel caso di una collega della Asl di Ortona; millantano amicizie altolocate all’Ateneo e chiedono soldi “per aggiustare la pratica”.

I posti di lavoro promessi sono da impiegata di segreteria, dipendente di 8° livello funzionale, centralinista, autista o portaborse e, nel caso più singolare, in un istituto del Vaticano attraverso l’intercessione di un cardinale che però si doveva “oliare” con 5mila euro. Nella truffa alla Totò, o stile La Stangata, c’era chi rassicurava le vittime sfruttando il prestigio della carica pubblica ricoperta che gli dava credibilità. Chi meglio di Di Odoardo, dirigente Arta ed ex dirigente Asl, poteva assolvere a questo compito? «A tal proposito», scrive il gip, «si sottolinea che D.M. (presunto truffato, ndr) ha ulteriormente precisato che era stato proprio Di Odoardo a rassicurarlo che se la loro intermediazione non avesse condotto all’assunzione, egli avrebbe provveduto alla restituzione delle somme versate». Passiamo agli altri.

Marco Marino (e in un caso Di Renzo) sarebbe l’imitatore. Mentre la Vadini si presentava come sedicente professoressa Stefania Della Penna, naturalmente inesistente, per fare la telefonata finale «e portare a termine il progetto criminoso», chiosa il gip. Ed è così, sempre secondo l’accusa, che Ugo D. e la moglie avrebbero pagato 15 mila euro, poi altri 3.850 («per il pagamento di non meglio precisate tasse») e ancora 5mila euro. Ma né il figlio ha mai avuto il posto in Ateneo. Né la figlia in Vaticano. Oppure Bruno D. al quale avrebbero spillato 13mila euro per un posto da “ottavo livello” al figlio. O ancora Franca O. che avrebbe sborsato 5mila euro per diventare impiegata nella sede di viale Pindaro della D’Annunzio, con uno stipendio di 1.500 euro al mese che ora ha smesso di aspettare. O di suo figlio che sarebbe diventato autista alla D’Annunzio «con una retribuzione mensile di 3mila euro».

Hanno pagato e abboccato dopo che la dottoressa Aruali, funzionaria apicale dell’Ateneo, in realtà la Magno, «assicurava l’assunzione prossima e a tempo indeterminato». E subito dopo la sedicente Giansenti, alias Vadini, confermava a madre e figlio che «i loro contratti erano al vaglio del rettore Carmine Di Ilio». Lunedì gli interrogatori. I cinque sapranno come difendersi.