Identità e orgoglio di appartenenza: ecco il Venerdì Santo

29 Marzo 2018

Domani l’antico rito che chiama a raccolta tutta la cittadinanza Di Primio: grande emozione per un pezzo di storia della città 

CHIETI. Si avvicina il giorno degli incappucciati, delle fiaccole, di una immensa e commossa partecipazione popolare. Venerdì Santo lungo le strade del centro storico, particolare momento di aggregazione e senso di appartenenza per chi è nato e cresciuto a Chieti. Una emozione che si allarga e coinvolge puntualmente anche tanti turisti richiamati dalla suggestione della processione più antica d’Italia, scandita ed impreziosita dalle struggenti note del Miserere di Selecchy. Fremiti che coinvolgono in maniera particolare quanti hanno lasciato da tempo la città ma fanno davvero di tutto per non mancare all’appuntamento, rinnovando attorno allo sfilare di quelle mozzette giallo oro con tunica e cappuccio nero, l’orgoglio e l’emozione di sempre. E, quando magari sei accompagnato da un amico o da un collega di lavoro che assiste per la prima volta alla Processione di cui gli hai tanto parlato, scatta quella voglia di partecipare, di raccontarsi e di raccontare. Raccontare la propria storia e magari quella della tua famiglia, dei tuoi vecchi amici, di mostrare il volto migliore, sotto la luce delle fiaccole, di stradine, piazze, palazzi e monumenti ai quali, nonostante tutto, scopri di sentirti ancora, e forse non può essere diversamente, particolarmente legato. «Da sempre avverto anch’io una grande senso di partecipazione emotiva», spiega il sindaco Umberto Di Primio, «sia per l’ intenso appuntamento religioso, sia per tutto quanto può appunto rappresentare il giorno del Venerdì Santo nella storia di questa città». Momenti particolari concentrati all’imbrunire di un pomeriggio di primavera quando la processione comincia ad allungarsi dalla cattedrale, nel suo incedere mesto e solenne, attraverso un lungo serpentone di simboli, devozione, tradizione e ricordi. Sensazioni sintetizzate, anni fa, dagli appassionati versi dialettali del poeta Raffaele Fraticelli: “Chi sa pe’ quanta tempe, quant’ancore, stu jorne vè parlà dentr’a lu core”. E domani sera la città, in pratica, sarà di nuovo tutta lì. Per sentire ancora salire dai vicoli, e diventare via via sempre più forti e distinte, le note del commovente Miserere. Oltre 100 violini, altrettanti cantori e i simboli della Passione portati a spalla da uomini incappucciati: l’angelo, il sasso, il velo, le lance, la scala, la Croce, la statua dell’Addolorata, che indossa un abito di pesante seta nera ricamata a fili d’oro, e quella del Cristo morto ricoperta da un velo prezioso trapunto di gioielli. Su tutto il gran lavoro dell’Arciconfraternita del Sacro Monte dei Morti, nei secoli gelosa custode di un evento di grande spessore anche dal punto di vista culturale. «Un evento eccezionalmente struggente», ha avuto modo di sottolineare sin dai suoi primi anni a Chieti monsignor Bruno Forte, «vissuto con intensa partecipazione dall’intera città». Proprio così. Partecipazione palpabile nella profonda mestizia che accompagna la sfilata degli appartenenti alle diverse confraternite nelle loro mozzette dai diversi colori in un incredibile silenzio con finestre e balconi più che mai affollati, nonché accarezzati e poi sempre più coinvolti dalla dolcezza melodica del Miserere. Ed è proprio tra quei passi cadenzati che una città alle prese con tanti problemi riscopre come d'incanto vivacità, accoglienza e testimonianza della propria storia ed ora attende quel grande stendardo nero che apre il corteo, pronto a snodarsi sul percorso di sempre disegnando una sorta di croce tra i vari quartieri.
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