Il 65% dei contagiati ha la variante Delta

Stuppia, direttore del laboratorio di genetica molecolare: «Ci preoccupa la curva di crescita del virus»
CHIETI. Il 65% dei positivi al Covid in provincia di Chieti ha contratto la variante Delta. Ad attestare come la contagiosa variante di coronavirus sia dunque predominante anche nel nostro territorio è il professor Liborio Stuppia, direttore del laboratorio di Genetica molecolare- Test Covid-19 dell’università d’Annunzio. Alla guida di uno dei due laboratori abruzzesi in grado non solo di analizzare i tamponi Covid ma anche di sequenziarli – di dire cioè di quale variante di coronavirus si tratta – il professore lancia l’allarme: «Non è tanto il numero assoluto dei positivi a destare preoccupazione, quanto la curva di crescita che sicuramente ci allarma».
E poi c’è la tipologia dei nuovi positivi al Covid: «Sono tutti giovani», dice il professore, «asintomatici o con pochissimi sintomi, tanto che nessuno ha bisogno di ricovero in ospedale». Se, dunque, da un lato la medicina ospedaliera tira un sospiro di sollievo perché, nonostante il risalire dei contagi, il numero dei ricoverati Covid non preoccupa, dall’altro lato questa circostanza attesta l’efficacia del vaccino. I ragazzi, per la maggior parte non vaccinati, e anche spesso poco attenti alle regole del distanziamento sociale, rappresentano la maggiore fetta dei contagiati. «Ecco perché», sottolinea il docente universitario, «occorre spingere sulla campagna di vaccinazione». Il laboratorio di Genetica molecolare della d’Annunzio non sta lavorando soltanto all’analisi dei tamponi e al loro sequenziamento, ma sta monitorando la situazione anche dal punto di vista immunitario.
«Analizziamo anche la presenza di anticorpi nelle persone già vaccinate», spiega Stuppia, «per capire qual è la loro sussistenza a sei mesi di distanza dalla seconda dose vaccinale». Uno studio elaborato e ancora parziale, che comunque ha iniziato a dare le prime risposte: «La stragrande maggioranza della persone vaccinate ha ancora una buona presenza di anticorpi. La risposta del sistema immunitario, insomma, è ancora buona dopo sei mesi dalla seconda dose di vaccino. Anche da questo punto di vista i vaccini, dunque, dimostrano una loro efficacia. Questo studio è importante», conclude il docente, «per capire qual è il momento per ipotizzare una terza dose di vaccino». (a.i.)
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