Il boss latitante tradito da una vacanza

2 Agosto 2018

Arrestato a Bergamo, dopo due anni, il capo di una cosca della ’ndrangheta: a Francavilla la base dell’impero di Cuppari

CHIETI. Il 21 febbraio scorso i carabinieri stavano per arrestarlo dopo quasi due anni di latitanza ma quando sono arrivati nel suo albergo hanno trovato la stanza vuota con il letto sfatto, le finestre spalancate e il televisore ancora acceso. Da quel giorno, la caccia a Simone Cuppari, boss della ’ndrangheta di 36 anni che aveva eletto Francavilla a base dei traffici di droga, è ripartita senza sosta. Il capo della ’ndrina proveniente da Brancaleone, faccia pulita e il vezzo delle polo con il colletto alzato, si è tradito con una telefonata: voleva prenotare una vacanza con la moglie e i due figli in Veneto, a Eraclea Terme. Quella chiamata di un minuto e 21 secondi è stata intercettata dai carabinieri che, ormai da un mese, tenevano sotto controllo l’appartamento di Martinengo, in provincia di Bergamo, in cui si era rinchiuso. Quando Cuppari è uscito per andare a fare la spesa, i carabinieri del nucleo investigativo lo hanno chiamato per nome e fermato: non poteva fuggire ancora e, senza opporre resistenza, ha fatto cenno di sì con la testa e non ha detto una parola. La fuga di Cuppari, inseguito dalle procure dell’Aquila, Pescara e Locri e con una condanna del tribunale di Chieti a 28 anni di carcere per traffico di cocaina risalente al 10 luglio scorso, è finita alle 15,07 di martedì scorso.
Nell’organizzazione calabrese, Cuppari è considerato un vangelista, cioè uno dei vertici della ’ndrangheta che partecipa alle riunioni dei comitati provinciali per le decisioni. Secondo gli investigatori, anche da latitante Cuppari riusciva a tenere in mano le fila dello spaccio e il successivo reinvestimento dei soldi in attività imprenditoriali, nel commercio di autoveicoli e nella realizzazione di villaggi turistici di grandi dimensioni.
Cuppari usava nomi e documenti falsi: anche il contratto d’affitto dell’appartamento, in una normale palazzina nel centro lombardo di circa 10mila abitanti, era intestato a un prestanome. Per parlare con familiari e complici, utilizzava decine di telefoni cellulari con sim intestate a persone straniere: un paio di telefonate e messaggi e le schede venivano buttate e cambiate. I carabinieri, guidati dal maggiore Marcello D’Alesio, sono arrivati a lui seguendo i suoi manovali che, in aereo, viaggiavano dalla Calabria all’aeroporto di Orio al Serio per piazzare pizzini in giro per la città: trasferte brevi, giusto il tempo di recapitare i messaggi. Secondo gli investigatori, era così che Cuppari portava avanti i suoi affari. Quando i carabinieri hanno capito che il boss poteva nascondersi proprio in quella palazzina, è partito un controllo massiccio sui telefonini. E l’unica telefonata di Cuppari è stata tracciata: voleva andare in vacanza il boss e cercava anche un’«offerta». Ora, si trova nel carcere di Bergamo.