Il boss svela gli affari della droga «Così vendevo la cocaina ai rom»

Cuppari: «Compravo lo stupefacente in Lombardia a 39mila euro al chilo, poi rifornivo gli Spinelli» Ma l’imputato prova a tenere fuori i parenti e dice: «Non faccio parte di un’associazione mafiosa»
CHIETI. Svela gli affari della cocaina e ammette di aver rifornito le storiche famiglie rom dello spaccio. Ma prova a tenere fuori i parenti e a ridimensionare la sua caratura criminale: «Non faccio parte di un’associazione mafiosa». Simone Cuppari, 38 anni, ritenuto un boss della ’Ndrangheta, parla davanti ai giudici di Chieti per la prima volta: considerato dagli investigatori il capo della cosca di Brancaleone (Reggio Calabria) che aveva eletto Francavilla come base per traffici illeciti da milioni di euro, compare in tribunale per il processo che lo vede imputato insieme ad altre 30 persone – a vario titolo – per associazione a delinquere di stampo mafioso e un’altra sfilza di reati: dall’estorsione all’usura, dal tentato omicidio al traffico di droga, dagli incendi dolosi alla detenzione illegale di armi da fuoco.
LO SPACCIO. La deposizione fiume comincia alle 15.39. Davanti al collegio presieduto da Guido Campli (giudici a latere Andrea Di Berardino e Chiara Di Gerio) e al pm della Distrettuale Simonetta Ciccarelli, Cuppari dice: «Il mio fornitore di cocaina, che pagavo tra i 38 e i 39mila euro al chilo, era Giuseppe Varacalli», considerato dagli inquirenti il principale esponente di un gruppo di affiliati alla ’Ndrangheta, stanziati in Lombardia e riconducibili – per vincoli di sangue o parentela acquisita – alle famiglie della “Locale di Platì”. «Ne compravo uno o due chili alla volta: i viaggi erano o per il rifornimento di droga o per consegnare i soldi a Varacalli. La cocaina la tenevo in due garage di Francavilla: uno vicino casa mia e l’altro in contrada Lazzaretto».
GLI AFFARI COI ROM. Cuppari fa i nomi dei suoi clienti: Guido Spinelli, detto il Bello, Lino Spinelli, detto Ciabott’, ed Elena Spinelli. «Ma facevo tutto da solo. Ero pieno di debiti, avevo mille vizi e non dovevo dividere i soldi con nessuno. A Guido consegnavo, due o tre volte al mese, dai 100 ai 200 grammi di cocaina. Il prezzo? 50 euro al grammo. Alcune volte, non me la pagava subito perché prima doveva venderla. Lino ed Elena Spinelli, invece, li incontravo nei pressi dell’uscita dell’autostrada a Francavilla». Cuppari indica anche un quarto acquirente, Giuseppe Maria Cricelli, finito già in passato nei guai per concorso anomalo nella rapina in casa del vice questore Francesco Costantini, all’epoca dei fatti capo della squadra mobile di Chieti. Quanto alle cessioni fatte ad altre persone, Cuppari parla di «piccoli quantitativi per uso personale». L’imputato, già condannato dal tribunale teatino a 28 anni di carcere per spaccio e arrestato di carabinieri del comando provinciale di Chieti dopo quasi due anni di latitanza, respinge però l’accusa di usura: «Erano dei favori che facevo a degli amici, non andavo in giro a prestare i soldi, né a chiedere interessi».
LA SPARATORIA. Nega anche di essere tra i responsabili del tentato omicidio del napoletano Gennaro Gala: «Andava dicendo in giro che io avevo una storia con una donna sposata. Gli ho detto che gli avrei dato due calci in c..., ma non sono stato io a sparargli». In un’intercettazione, Cuppari disse di aver comprato tra i 30 e i 40mila euro di armi. «Ma non è vero: l’ho detto giusto così, per fare il buffone, io non ho mai posseduto un’arma».
L’INCENDIO. Cuppari, invece, ammette di aver incendiato un’Alfa Romeo Giulietta, che aveva ceduto a una terza persona e di cui continuava a pagare leasing e assicurazione: «Una sera ero al bar: ho bevuto e mi è venuto in mente di dare fuoco alla macchina. Ho sbagliato e per questo sono pronto a pagare», dice prima di rispondere alle domande degli avvocati e terminare la deposizione andata avanti per tre ore. «Ho fatto solo casini: chiedo scusa alla mia famiglia e ai miei figli. Io non ho mai dato uno schiaffo a nessuno, non sono un boss e non faccio parte della ’Ndrangheta», sono le ultime parole di Cuppari prima di essere riportato in carcere dagli agenti della polizia penitenziaria armati di mitra.

