Il consigliere malato rivela «Così lotto contro il virus»

15 Aprile 2020

Donato Tacconelli, positivo al Covid, è stato dimesso dall’ospedale dopo 21 giorni «Ora sto bene, ma non sono ancora guarito. È stato un calvario: restate a casa»

CHIETI. «Il mio calvario non è ancora finito. Ma adesso sto bene». Donato Tacconelli, 61 anni, consigliere comunale, comincia così il racconto della sua battaglia contro il coronavirus. Sabato scorso, dopo 21 giorni nel reparto Covid dell’ospedale di Chieti, è stato dimesso. «Non ho più sintomi, ma non sono ancora del tutto guarito: ho fatto richiesta per un nuovo tampone, che dovrebbe essere eseguito fra tre o quattro giorni». L’esponente dell’amministrazione guidata da Umberto Di Primio è in Comune da 10 anni, che diventano 15 se si aggiunge l’esperienza fatta ai tempi del sindaco Nicola Cucullo.
«Voglio raccontare la mia storia», dice al telefono Tacconelli, «per far capire a tutti quanto è importante stare a casa. Probabilmente ho contratto questo maledetto virus durante una crociera ai Caraibi. Il 10 marzo ho cominciato ad accusare i primi sintomi. Di giorno in giorno, le mie condizioni sono peggiorate: la febbre è salita e si sono aggiunti affanno respiratorio, mancanza di appetito e diarrea. Dopo cinque giorni dalla richiesta, mi hanno fatto il tampone. In attesa della risposta, però, la mia situazione si è aggravata sempre di più e ho deciso di farmi ricoverare». Il personale del 118 lo ha raggiunto a casa. «È stato il giorno più brutto della mia vita», prosegue il consigliere comunale, «ricordo tutto come un sogno terribile. Mentre salivo sull’ambulanza, mia moglie, mio figlio e mia nuora mi guardavano a distanza: anche loro erano increduli, quasi non capivano quello che stava accadendo. Arrivati in ospedale, mi hanno messo su una sedia a rotelle: dopo un percorso obbligatorio pieno di frecce con la scritta “Covid 19”, sono entrato in quella che è stata la mia camera per tre settimane. Mi mancava il respiro: subito mi hanno messo la mascherina con l’ossigeno, collegandomi a una macchina che misurava la saturazione». Le prime ore di ricovero sono state un incubo. «Il giorno dopo sono andato in crisi: volevo tornarmene a casa. Ho cominciato ad insistere con i medici, finché uno di loro mi ha detto: “Vuoi essere dimesso? Domattina ti facciamo la documentazione, firmi e te ne vai. Prima, però, per farti riportare a casa devi chiamare un’ambulanza e dire che sei infettato dal coronavirus. A quel punto mi è caduto il mondo addosso. Durante la notte non ho fatto altro che pensare a quelle parole: ho capito di rappresentare un pericolo per gli altri. Così, in primis per il bene della mia famiglia, ho deciso di restare in ospedale per tutto il tempo necessario alla guarigione». Sabato, il ritorno a casa. «Adesso vivo in un appartamento in completo isolamento, per non correre il rischio di infettare la mia famiglia».
Tacconelli lancia ancora una volta il suo appello: «Dico a tutti di non uscire di casa e rispettare le regole. Restare nella propria abitazione, mangiare pizza e carbonara, guardare la tv, stare davanti al computer non significa essere in prigione. La vera prigione è quella in cui sono stato io per 21 giorni, stando allungato su un letto e guardando il soffitto 24 ore su 24. Non fate l’errore di pensare: “A me non potrà mai capitare una cosa del genere”. Perché il Covid è una bestia che ti entra dentro all’improvviso. Questo virus, se non curato secondo i protocolli, porta alla morte. Non volete restare a casa per voi? Fatelo per chi vi vuole bene. Fatelo per Liberato Aceto, Francesco La Terza e Pasquale Zingariello, i dottori che mi hanno seguito e non finirò mai di ringraziare. Fatelo per tanti altri medici che lavoravano notte e giorno, rischiando la vita e nel timore di infettare i familiari».