Il contagiato numero 1: non sono un mostro

Il primo uomo positivo in città: «È successo a me, poteva accadere a tutti. La mia ragazza minacciata, conservate umanità»
LANCIANO. «Non sono un mostro. Quello che è successo a me poteva capitare a chiunque, ma quello che mi stanno buttando addosso è indescrivibile». Il giovane di 32 anni, ancora in isolamento a Chieti, è il primo caso risultato positivo al coronavirus a Lanciano e sta vivendo giorni d’inferno con la famiglia e la sua ragazza. Ma non per gli effetti del virus che, a dire dei medici, sta regredendo, ma per aver scoperto, tutto ad un tratto, di essere diventato il nemico numero uno nella sua amata Lanciano. Un incubo.
«Non so come ho fatto ad essere contagiato», racconta, ancora scosso, al telefono, «so solo che sono andato a Reggio Emilia con altre tre persone, ho avuto contatti con altre due e spostamenti molto circoscritti. Dei quattro partiti solo io sono risultato positivo. Due dei tre miei amici sono già usciti dalla quarantena, uno sta per terminarla. Non so come ho potuto contrarre il virus, se in hotel o al ristorante, so solo che mi sono ritrovato all'inferno». Il tam tam di reazioni è divampato venerdì 6 marzo, il giorno dopo il risultato positivo al test. Una volta divulgata la notizia, nella zona di provenienza del giovane si è scatenato il panico. Per chi nella zona ci vive, contrariamente da quanto riferito dalle fonti istituzionali che parlavano di nessun contatto con il contagiato, è stato chiaro da subito che l’uomo aveva svolto una vita normale dal 20 febbraio, giorno in cui è tornato dal viaggio. Fino a domenica 1° marzo, ha fatto esattamente quello che farebbero tutti: vivere normalmente. Questo perché non ha mai avuto alcun sintomo che lo potesse allarmare.
«I primi segni di spossatezza», spiega, «sono arrivati attorno al 24 febbraio. Non avevo tosse né raffreddore, solo una leggera febbricola e bruciore agli occhi e mi sentivo stanco. Non ho pensato al peggio, ma ho avvisato lo stesso il mio medico che mi ha detto di stare in allerta e prescritto degli analgesici. Le precauzioni le ho assunte spontaneamente da subito. Ma non perché mi sentissi addosso il virus o avessi fondati sospetti, semplicemente perché, da quello che sentivo in giro, mi sono voluto premunire. Non potevo evitare di andare alla messa in memoria di mio padre (domenica 1° marzo, ndc), ma, a parte il fatto che si tratta di una chiesa di campagna con poche persone che hanno partecipato alla funzione, a tutti quelli che mi hanno avvicinato ho detto di stare lontani. Alcuni mi hanno detto che stavo esagerando, ma ho voluto fare così. Quello di cui mi stanno accusando è incredibile. La mia ragazza è da sola in isolamento a casa e piange da una settimana (terminerà la quarantena domenica, ndc) perché riceve messaggi e minacce. Questo comportamento è inaccettabile. Nessuno dei miei famigliari ha sintomi e tutti quelli con cui sono stato in contatto (una quarantina di persone, ndc) sono in quarantena o l’hanno terminata e sono in contatto con la Asl. A nessuno, oltre me, è stato fatto il tampone perché nessuno ha avuto sintomi. Sono sconvolto da quanta rabbia e violenza si sia scatenata. Ho voluto togliere la app di Facebook dal cellulare per stare tranquillo, ma non posso sentire la mia ragazza piangere per il solo fatto di essermi stata vicina. Nessuno di noi ha colpa, questo virus è subdolo, può contagiare chiunque ed è capitato a me. A tutti dico di seguire i consigli del governo, ma di conservare l’umanità».
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