«Il depuratore è abusivo» Indagati tre imprenditori

25 Novembre 2019

Ditta di Torrevecchia Teatina trasformata in una maxi discarica senza permessi La Provincia chiede i danni per gli scarichi industriali finiti nel fiume Alento

TORREVECCHIA TEATINA. Tre indagati per una ditta trasformata in una maxi discarica abusiva da quasi 90mila tonnellate di rifiuti; per aver realizzato un depuratore senza permessi che mandava gli scarichi industriali nel fiume Alento; per aver manomesso gli impianti di messa in sicurezza necessari a frenare la contaminazione della falda. Ruota intorno a queste accuse – «aver alterato le bellezze paesaggistiche tutelate per legge» – un’indagine dei carabinieri del Noe con 4 parti offese già pronte a chiedere i danni agli indagati e alla loro ditta, la Abruzzo Strade srl di Torrevecchia Teatina: ministero dell’Ambiente, Provincia di Chieti, Regione Abruzzo e Comune di Torrevecchia.
L’amministrazione provinciale è la prima a uscire allo scoperto: «Le violazioni sono sicuramente rilevanti e anche socialmente deprecabili, e, ove giudizialmente accertate, garantirebbero il diritto a un sostanzioso risarcimento in favore degli enti danneggiati», recita un parere legale richiesto dal presidente Mario Pupillo. Così la Provincia ha affidato all’avvocato Silvia Chiavaroli di Pescara l’incarico della difesa per la costituzione di parte civile: l’udienza preliminare si aprirà il prossimo 12 dicembre al tribunale di Chieti.
L’indagine è coordinata dal pm Giancarlo Ciani che ha chiesto la citazione a giudizio dei tre imprenditori, difesi dagli avvocati Andrea Di Lizio e Roberto D’Ettorre, e della ditta: secondo l’accusa, gli indagati «stoccavano e gestivano abusivamente rifiuti non pericolosi provenienti prevalentemente da attività di costruzione e demolizione edile». Durante i controlli, i carabinieri del Noe hanno scoperto i rifiuti accatastati «sul suolo» senza protezione in 4 punti per un totale di 89.854,5 tonnellate «superando il limite annuale stabilito in 58mila tonnellate».
Secondo l’accusa, la realizzazione del depuratore è avvenuta «in assenza di titolo edilizio» e «in area incompatibile»: si tratta di uno «scarico di acque reflue industriali e di acque meteoriche» che finivano nell’Alento «senza alcun controllo analitico».
Tra le contestazioni, poi, c’è anche quella di «aver impedito e ostacolato l’attività di controllo ambientale attraverso: la sostituzione del contatore apposto sull’impianto di messa in sicurezza di emergenza per l’abbattimento delle sostanze inquinanti contenute nelle acque di falda; la realizzazione di una platea in cemento al di sotto dell’impianto filtrante a carboni attivi che invece in occasione del sopralluogo del 15 giugno 2017 era risultato installato a diretto contatto con il terreno; negare qualsiasi informazione e ausilio utile al fine di verificare l’adeguatezza e la conformità dell’impianto di raccolta e depurazione delle acque reflue».