Il dg Del Vecchio non si presenta ma il gip non sospende l’udienza

28 Aprile 2016

Il direttore generale della d’Annunzio deve fronteggiare una sessantina di querele per abuso d’ufficio A denunciarlo i dipendenti finiti su internet coi loro guadagni, il giudice dovrà decidere se archiviare

CHIETI. Questa volta l’udienza non è saltata. Il giudice per le indagini preliminari Antonella Redaelli ha tirato dritto, anche di fronte all’assenza del difensore dell’indagato, il direttore generale dell’università d’Annunzio, Filippo Del Vecchio, che deve fronteggiare una sessantina di querele per diffamazione, sporte dai dipendenti dell’ateneo teatino-pescarese. La Procura ha chiesto l’archiviazione dell’indagine, ma i querelanti (rappresentanti dagli avvocati Silvio Rustiglioni, Amalia Schiazza, Maurizio Mililli, Gaetano Mimola e Rocco Carabba) hanno fatto opposizione.

Il giudice deve pronunciarsi proprio su questa opposizione, decidendo se mandare avanti il procedimento giudiziario o archiviare tutto e metterci una pietra sopra. Ma ieri mattina l’avvocato di Del Vecchio, l’aquilano Stefano Rossi (che difende il direttore generale anche nel processo per la vicenda dei cosiddetti “affitti gonfiati” all’università dell’Aquila, in cui Del Vecchio è imputato per abuso d’ufficio insieme all’ex rettore dell’ateneo Ferdinando Di Orio), non si è presentato, chiedendo il rinvio dell’udienza a causa della concomitanza di un altro impegno giudiziario.

Redaelli, però, ha proceduto lo stesso, visto che l’impegno aquilano sarebbe saltato fuori in un secondo momento, solo dopo, cioè, aver fissato quello teatino. Sostituito Rossi con una collega del foro di Chieti, l’udienza ha avuto luogo, con gli avvocati dei querelanti che hanno avuto campo libero nel perorare le loro ragioni. In particolare, hanno cercato di far pesare il fatto che i dipendenti universitari si sono rivolti anche al Garante della Privacy che ha dato loro ragione, sanzionando l’amministrazione universitaria. L’Autorità ha chiaramente stabilito che il personale destinatario della diffusione dei dati «non aveva titolo alcuno per venire a conoscenza dell'ammontare delle somme percepite dai colleghi» e che «alcuna necessità e pertinenza al riguardo sussisteva nel riportare altresì valutazioni in ordine alla eventuale illiceità delle erogazioni».

La vicenda risale all’ottobre del 2014, quando Del Vecchio aveva fatto pubblicare una lista di 113 dipendenti che avrebbero, a suo dire, percepito soldi in eccesso nel corso della passata gestione universitaria. La lista conteneva nomi, cognomi e cifre dei compensi. In tanti si sentirono diffamati e sentirono violato il loro diritto alla riservatezza. Di qui le querele che viaggiarono di pari passo all’esposto al Garante. Il direttore generale, da parte sua, aveva sempre obiettato di sentirsi legittimato alla pubblicazione dalla legge sulla trasparenza, trattandosi tra l’altro di rendicontazione di soldi pubblici. Il giudice, al termine dell’udienza, si è riservato di decidere, prendendosi del tempo. (a.i.)