Il fratello del medico scomparso: sono pronto al confronto sul Dna

Il giorno dopo il ritrovamento dei resti, parla Roberto Catellani: «Spero appartengano a Romano Voglio avere una tomba dove piangerlo e chiedere di riaprire il caso. Dopo 26 anni merita giustizia»
CHIETI. «Spero che le ossa trovate vicino al Palatricalle siano di mio fratello per due motivi. Il primo è avere una tomba dove piangerlo e portare un fiore. La seconda ragione, ancora più importante, è che potrebbero essere riaperte le indagini: voglio che sia fatta giustizia». Roberto Catellani è il fratello di Romano, il medico sparito nel nulla la sera del 10 luglio 1995 e mai più ricomparso. Il ritrovamento di alcuni resti, verosimilmente umani, a pochi metri dal parcheggio del palasport, ovvero a circa un chilometro di distanza dall’abitazione della famiglia Catellani, riaccende la speranza di vedere risolto un giallo che si trascina da 26 anni. Per ora, si tratta solo di un’ipotesi. Non ci sono certezze sulla scoperta fatta due giorni fa, intorno all’ora di pranzo, da un tecnico di radiologia che faceva trekking in campagna. Ma tra le piste prese in considerazione dagli investigatori c’è quella che porta al medico, 52enne al momento della sparizione, la cui morta presunta è stata dichiarata dal tribunale di Chieti nel 2013. «Mio fratello lo hanno ucciso: le indagini dell’epoca aveva portato a questa conclusione», racconta al telefono Roberto. «C’erano dei sospetti, ma mancavano le prove e non è stato possibile incriminare nessuno. In qualsiasi momento sono pronto a sottopormi alla prova del Dna per vedere se quelle ossa sono di mio fratello. Ma, attualmente, non mi faccio alcuna illusione. Una cosa è certa: qualora emergesse che i resti appartengono a Romano, chiederei di mettere di nuovo in moto la macchina delle indagini. È vero, sono passati tanti anni. Ma la mia voglia di giustizia è rimasta intatta: mi interessa arrivare alla verità. Io sono l’unico della famiglia ad essere rimasto in vita: non mi sono mai rassegnato all’idea di non avere certezze sulla fine di mio fratello».
A distanza di qualche giorno dalla scomparsa di Romano, l’auto del medico fu ritrovata a Chieti Scalo, vicino alla stazione: fu quella l’unica traccia in un giallo che varcò anche i confini regionali con i servizi della trasmissione televisiva Chi l’ha visto?.
«L’idea che mi sono fatto», riprende Roberto, «è che la macchina sia stata lasciata lì da chi ha ucciso Romano, per depistare le indagini. Volevano far credere che avesse preso il treno per Roma».
A coordinare l’inchiesta sul ritrovamento delle ossa è il sostituto procuratore Giancarlo Ciani, che venerdì ha già effettuato un sopralluogo. Le indagini sono condotte dai carabinieri del nucleo investigativo, al comando del tenente colonnello Enzo Marinelli, del nucleo operativo e radiomobile, coordinati dal maggiore Massimo Capobianco e dalla tenente Maria Di Lena, e della stazione di Chieti principale, agli ordini del luogotenente Michelangelo Donvito. In base a un primo esame visivo, eseguito sul posto dal medico legale Pietro Falco, sono ossa di arti, bacino e vertebre, apparentemente umane: nei prossimi giorni saranno analizzate nella sezione di antropologia del museo universitario di Chieti. Accertato scientificamente che si tratta di resti umani, il primo passo sarà quello di individuare la presumibile data di morte. E solo allora potrà essere disposto l’esame del Dna, l’ultimo appiglio per risolvere un mistero lungo 26 anni.

