Il giorno che parla al cuore e la poesia di Fraticelli

30 Marzo 2018

Il fascino senza tempo del rito sacro, il regista racconta un episodio del 1953 quando una giornalista Rai scoprì il dialetto teatino e lo fece ascoltare all’Italia

All’indomani degli eventi bellici il giovane Raffaele Fraticelli era in forze all’ufficio erariale della provincia di Chieti addetto, visto il suo talento da disegnatore, a censire le case bombardate dalla guerra per favorirne poi la ricostruzione. Nel suo girovagare nei paesi dell’interno ha così potuto assorbire fino in fondo l’anima dei luoghi, il valore della lingua dei padri, apprezzarne l’importanza già dall’opera di molti poeti dialettali tra questi Giulio Sigismondi, di San Vito. Sempre in quel periodo, a Torricella Peligna, cura la messa in scena di uno spettacolo per le scuole elementari con al pianoforte il sindaco del paese. Il sipario era fatto dalle lenzuola. E la scena era tutta dipinta a mano con elementi decorativi di edere selvatiche. In quegli anni anche Chieti era una città molto attiva culturalmente. Iniziative di ogni tipo pullulavano ovunque, racconta il poeta, che entra in contatto con Camillo Tragnone e Peppe Di Martino, coautori di una pièce teatrale dal titolo “Se la terra non ci fosse” di cui Fraticelli cura le scenografie. Poco più che ventenne scrive una delle sue prime composizioni “Vinirdì Ssante” dedicato alla processione del Venerdì Santo. Sarà quest’opera che gli cambierà il destino, per sempre.
Nel 1953 giunge a Chieti una troupe della radio Rai, capitanata da una preparatissima e bellissima conduttrice, Pia Moretti, la quale ha subito iniziato a prendere notizie relative all’evento religioso. Questo è il momento in cui il destino s’incrocia con la vita di Fraticelli. Alla presentatrice viene fatto il suo nome come autore di un componimento sulla processione. Lei lo manda subito a chiamare. Lui, preoccupato e un po’ intimorito, fa presente alla conduttrice che il testo è in dialetto e che forse non tutti, specie al nord, lo avrebbero compreso. Lei lo invita a leggere e appena finito esclama: «Bellissimo! Sarà la ciliegina sulla torta della mia diretta». Così quella sera, poco dopo il tramonto, come da tradizione, appena il coro ha intonato il re del Miserere, la diretta è partita. Pia Moretti, con la sua bellissima voce, spiegava quello che stava accadendo davanti ai suoi occhi e alla radio sembrava di essere dentro un film. Fraticelli era seduto vicino a lei e la guardava ammirato e un po’ spaventato. Appena il corteo è comparso davanti al teatro lei, con un gesto della mano, gli fa segno di iniziare a leggere e lui, con la voce ferma e orgogliosa: «Vinirdì Sante: ’sta jurnata scure/ quanda ricurde fa minì a la mente,/ ognune s’arevède crijature/ che va de llà dde qua ’mmezze’a la ggente,/ Chi sa pe quanta tempe, quant'ancore/ stu jurne vè pparla’ dentr’a lu core!». A ogni fine strofa il coro con le sue note struggenti risaliva. Un canto così potente che arrivava dritto al cuore arricchito dalle parole di Fraticelli. Da nord a sud la voce di questa terra meravigliosa prendeva forma nelle case degli italiani. Era la sera del 3 aprile 1953. Durante la processione del Cristo morto nessuno poteva immaginare che stava nascendo un poeta che a Lui avrebbe reso onore per tutta la vita. Quell’onore che tanti anni dopo ha fatto dire a Papa Francesco: «La fede si trasmette con il dialetto della famiglia».
*regista chietino.