Il gip: clan albanese pericolo per la società

5 Maggio 2019

Secondo il giudice devono restare in cella i membri della banda che spacciava nel Chietino e faceva affari anche con i rom

CHIETI. Hanno dimostrato un’«estrema pericolosità sociale»: ecco perché devono restare in carcere i componenti della banda che spacciava cocaina e marijuana nel Chietino e faceva affari anche con le famiglie rom. Il giudice per le indagini preliminari dell’Aquila, Giuseppe Romano Gargarella, ha rigettato le istanze di scarcerazione presentate dall’avvocato Pasquale D’Incecco, che difende tre membri del gruppo criminale sgominato dalla squadra mobile di Chieti: l’albanese Julian Zefi, 37 anni, la romena Maria Staicu (47) e il figlio Mihai Florentin Gageanu (22). «Appare necessario mantenere la misura in atto, unica idonea a ovviare alle esigenze cautelari esistenti», scrive il gip. Secondo l’accusa, nell’associazione a delinquere guidata dai fratelli albanesi Beharaj, Zefi aveva «il ruolo di mediatore nell’acquisto di partite di stupefacente e di gestore delle dinamiche associative in caso di arresto dei compartecipi».
In base alle indagini coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia dell’Aquila, i componenti della famiglia Staicu avevano invece «il ruolo di custodi dello stupefacente nella loro abitazione di Tollo, in contrada Venna Capanne». Più nel dettaglio: Maria e il marito Marian (scarcerato perché l’interrogatorio di garanzia non è stato fissato entro i 5 giorni previsti dalla procedura), «oltre ad essere responsabili dell’attività di distribuzione, preparavano e confezionavano la droga dietro le direttive dei fratelli Beharaj, condividendo strategie e scelte importanti relative alla vita del gruppo criminale e supportando le attività illecite, in particolare con lo specifico compito di dare alloggio a Bushi Beharaj che viveva in tutta segretezza all’interno della loro casa pur avendo un’altra regolare residenza».
Gli investigatori ritengono che la famiglia Staicu avesse trovato «un notevole ritorno finanziario». Maria era considerata esperta «nel frazionamento della cocaina, poiché era capace di non polverizzarla, mantenendo le dosi in pezzi che, in gergo, venivano chiamate “pietre”». Dopo la «fase di preparazione» curata dalla moglie, Marian provvedeva invece a nascondere la droga non solo nello stesso appartamento ma anche nell’antistante legnaia. La conferma, come è ricordato nelle carte dell’inchiesta, era arrivata a inizio del 2017 durante un blitz della polizia. A guardia del carico erano stati messi due pastori abruzzesi, che però nulla hanno potuto contro i cani poliziotto schierati dalla squadra mobile. Nel corso della perquisizione, vicino la legnaia, gli agenti avevano trovato un bilancino di precisione. A poca distanza era stato invece sotterrato un barattolo di vetro contenente riso e 50 grammi di cocaina, già confezionata e divisa in dosi. Una seconda scatola di plastica, con altri 740 grammi di cocaina, era stata individuata sempre sotto terra, stavolta nei pressi di una stalla.