Il maresciallo Valentina: «Io, prima donna al comando di una stazione carabinieri»

8 Marzo 2024

Famà, 36 anni e madre di due figli, è alla guida della caserma di Casalincontrada Attualmente in tutta la provincia di Chieti sono 18 le militari dell’Arma in servizio

CHIETI. Marescialla o maresciallo?
«Maresciallo. Il ruolo e il grado non hanno sesso. Appartengo a un’amministrazione militare, ci tengo a conservare la denominazione nella sua forma originale, che prescinde dal genere».
Maresciallo capo Valentina Famà, 36 anni, di Chieti, comandante della stazione di Casalincontrada: che significa essere donna, mamma e carabiniere?
«Ho una figlia di 11 anni e un figlio che domani ne compirà 9. Anche mio marito è un carabiniere: ci siamo conosciuti quando eravamo entrambi già nell’Arma. Donna, mamma e militare: conciliare le tre componenti non è facile, perché occorrono sacrificio, determinazione e consapevolezza delle proprie responsabilità, sia come genitore, sia nel ruolo istituzionale che ricopro. Io ho sempre cercato di dare il massimo per essere una buona mamma e un buon carabiniere. Il supporto di mio marito è fondamentale, anche per non fare mancare nulla ai nostri figli. Loro sono molto orgogliosi di me: hanno accettato da subito il mio ruolo di comandante e imparato a conviverci, magari accettando qualche assenza o, meglio, minore presenza».
Quando ha deciso di diventare carabiniere?
«È un’aspirazione che ho sempre avuto. Non sono una figlia d’Arma, nel senso che i miei genitori hanno fatto tutt’altro nella vita. Ma mio nonno è stato un carabiniere e ha rappresentato una figura molto importante per me: ha trasmesso valori e racconti che mi hanno spinta a presentare la prima domanda per partecipare a un concorso quando non ero ancora maggiorenne. Mi sono arruolata nel 2008, a 21 anni. Nessuno mi ha ostacolata: la mia famiglia ha accettato con gioia la mia scelta, che è stata ed è tuttora un motivo di orgoglio».
Che cosa significa indossare l’uniforme in un mondo, come quello militare, ancora connotato prevalentemente al maschile?
«È vero, a livello statistico la prevalenza di carabinieri uomini è marcata, se non altro perché le forze armate sono aperte alle donne dal 2000. Ma posso affermare a piena voce che il percorso di integrazione e di accettazione del personale femminile ha raggiunto traguardi importantissimi. Le peculiarità di noi donne (nel comando provinciale di Chieti sono 18 quelle in servizio, ndr) – come possono essere una spiccata sensibilità e una naturale propensione all’accoglienza – sono valorizzate al massimo dall’Arma, anche attraverso incarichi prossimi alla gente».
Ha mai notato pregiudizi quando, ad esempio, gira in strada in divisa?
«Nel mio precedente incarico, come addetto alla tenenza di Montemurlo, in provincia di Prato, non ho mai incontrato resistenze da parte delle persone, né limiti o ostacoli. La popolazione ha accolto con grande rispetto la figura del maresciallo donna. E la stessa cosa è avvenuta in realtà più piccole come Casalincontrada e Roccamontepiano, i paesi di competenza della stazione che ora comando dopo esserne stata vice».
Il momento più difficile e quello più bello della sua carriera?
«Andare via da casa in giovane età e lasciare la comfort zone della famiglia non è stato facile. Ma le difficoltà sono fatte per essere superate. La soddisfazione più grande, invece, è stata la nomina a comandante di stazione».
Lei è la prima donna a ricoprire questo incarico in provincia di Chieti.
«È stato un grande motivo di orgoglio. Soprattutto per me, perché ho iniziato la carriera militare nel ruolo di sottufficiale e, in quanto tale, la massima aspirazione è proprio quella di diventare comandante di stazione».
Alle sue dipendenze ci sono solo carabinieri maschi.
«Sono la prima donna in assoluto che fa servizio a Casalincontrada. Tra me e i miei uomini c’è stima reciproca, affiatamento e, naturalmente, rispetto sia della persona che del grado, essendo la nostra una gerarchia militare. Io sono il loro comandante e non ho mai incontrato situazioni in cui le mie direttive sono state messe in dubbio solo perché a darle era una donna».
Quali rinunce ha dovuto fare per seguire la carriera militare?
«Rinunce non è il termine giusto, perché io non le ho vissute come tali: la mia è stata una decisione consapevole. Certo, a vent’anni, mentre le mie coetanee andavano a ballare nel fine settimana, io partivo per tornare a Velletri, dove frequentavo la scuola per sottufficiali. Ma sono felice della mia scelta e la rifarei senza alcun dubbio».
Le capita mai di avere paura?
«La paura è un sentimento umano. Naturalmente, capita anche a noi carabinieri di averne: affermare il contrario sarebbe da ipocriti. Ma, nella nostra professione, bisogna imparare a gestire situazioni di pericolo e di tensione, mantenendo lucidità e concentrazione, ancor di più se si riveste un ruolo di comando».
Come significa per lei la festività dell’8 marzo?
«Andrebbe festeggiata e onorata tutti i giorni, in ogni ambito professionale e sociale. Perché noi siamo donne sempre, non solo oggi».
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