Il Marrucino diventa una Fondazione

3 Maggio 2015

In cinque anni cancella milioni di debiti, stringe il patto di ferro con L’Aquila (Isa e Tsa) e cerca imprenditori-mecenate

CHIETI. Ha qualcosa di pirandelliano la storia degli ultimi cinque anni del Marrucino: è teatro nel teatro. «Venivamo da una situazione drammatica», esordisce Fabrizio Di Stefano, delegato dal sindaco Di Primio al Marrucino. Il dramma era un mare di debiti: milioni di euro, camerini devastati, impianti di sicurezza inesistenti, credibilità azzerata. Un terremoto che aveva raso al suolo il simbolo di Chieti, anzi della cultura d'Abruzzo. Ma arriviamo a Pirandello. È stata L'Aquila, che il terremoto vero lo ha subìto, a tendere la mano verso Chieti. Isa (Istituzione sinfonica abruzzese) e Tsa (Teatro stabile d’Abuzzo), gli altri due capisaldi della cultura d'Abruzzo, hanno stretto un patto con il Marrucino abbattendo quel campanile che continua a frenare l'Abruzzo, città regione, e facendo ripartire una cultura indubbiamente di qualità. Vedere giovedì sera a Chieti, nel foyer del Marrucino, Giorgio Paravano, segretario generale dell'Isa, insieme all'imprenditore aquilano Ezio Rainaldi, e Giorgio Iraggi, presidente e dirigente del Tsa, convinti della scelta di far sinergia con Chieti e il Marrucino, ridà prospettive in piena tempesta economica che fa vittime illustri come la "Barbara" di Pescara (ha gettato la spugna) e mette a nudo una Regione inerme e accidiosa di fronte al capitolo di spesa per la cultura, la Cenerentola del bilancio di un ente che, pensate un po’, si è dimenticato di nominare un dirigente ad hoc che curi il settore e sappia captare fondi statali ed europei. Arriviamo così alla notizia, data da Di Stefano e Di Primio, con malcelato tono elettorale ma reale. Ed è la nascita di una Fondazione che garantisca la vita del teatro dei due mondi, Chieti e L'Aquila, attraverso finanziamenti di privati. In altre realtà funziona. Qui, in Abruzzo, mancano oggettivamente i mecenate. Ma il marchio c'è ed è una sorta di Ferrari della cultura. Un teatro che Ettore Pellegrino, direttore artistico dei sold out, condiviso con l'Isa, ha definito «il contenitore culturale più importante d'Abruzzo». Dove la parola d'ordine è "parsimonia", tant'è che agli sprechi di prima (l'ultimo pignoramento di 200mila euro è di appena una settimana fa) è subentrato un Cda (Paolo Roccioletti- Marco Napoleone-Cristiano Sicari) che lavora gratis, e per la prima volta si investe su talenti locali: artisti come Michele Di Toro, Ilaria Micarelli, Marco Moresco e Orlando Polidoro che la città ha visto e sentito crescere. E che l'altra sera si sono esibiti, regalando emozioni alla platea, tra un intervento e l'altro presentati da Valentina Olla e impreziositi da una sfilata di abiti del '700, creati da Nicola Trotta e dalle foto di scena di Gianluca Squicciarini. Chiudiamo il sipario di questi cinque anni con il personaggio meno teatrale e più reale degli altri.

È un abruzzese, di quella parte d'Abruzzo, l'Alto Vastese, dove la parsimonia è una regola di vita che non fa danni come la spending review, «Il Teatro deve essere aperto a tutti, ai giovani, alle imprese, ai progetti» dice in chiusura il direttore amministrativo Cesare Di Martino. Chi verrà dopo sarà in grado di farlo?