Il medico legale studia le cartelle cliniche di Daita

18 Marzo 2016

Giornalista ucciso. D’Ovidio prende tempo, oggi la decisione sull’autopsia L’avvocato del giovane accusato: il mio assistito addolorato per il triste epilogo

CHIETI. «Il mio assistito è profondamente scosso. Sta male». L’avvocato Roberto Di Loreto definisce così lo stato d’animo del ventiquattrenne teatino Emanuele D’Onofrio, il ragazzo che ha raccontato spontaneamente alla polizia di aver colpito con un pugno in faccia il giornalista teatino Simone Daita, morto due giorni fa a 52 anni nel reparto di Rianimazione dell’ospedale di Pescara. Era la notte del 28 febbraio del 2015 quando Daita, dopo l’aggressione avvenuta in piazza Vico, finì in gravissime condizioni all’ospedale di Pescara, fu trasferito poi in un centro di recupero di Popoli e a Villa Pini e poi ancora aPescara per una infezione contratta nel corso dei ricoveri.

Un anno di tribolazione e poi la morte. D’Onofrio ha sempre detto di aver tirato quell’unico pugno per legittima difesa essendo stato a sua volta colpito e di essersi subito allontanato, ma dalle ferite riportate da Daita si era ipotizzato che i pugni fossero stati almeno due. C’è stato qualcun altro che ha picchiato Daita quella notte e che, al contrario di D’Onofrio, non ha detto nulla? Una domanda che sinora non ha trovato risposta. Si sta cercando, invece, di rispondere a un altro tipo di domanda. Si vuole sapere, cioè, se l’infezione che ha causato la morte può essere direttamente correlata all’aggressione, oppure se sia da mettere in collegamento solo al modo in cui il giornalista è stato assistito nelle diverse strutture sanitarie che lo hanno ospitato. La questione è di fondamentale importanza per D’Onofrio, perché al momento il reato a suo carico è di lesioni personali con l’aggravante del danno insanabile, se invece si dimostra che l’infezione che ha provocato la morte è diretta conseguenza dell’aggressione, l’accusa potrebbe diventare di omicidio preterintenzionale.

Nel caso contrario, invece, a finire sotto la lente d’ingrandimento della Procura sarebbero medici e infermieri che hanno avuto in cura Daita. Per sapere se ci sia stata o meno questa correlazione, l’ultima parola spetta all’incaricato della Procura, il medico legale Cristian D’Ovidio che potrebbe anche procedere a un’autopsia sul corpo. «Al momento», ha detto ieri D’Ovidio, «sto ancora visionando le cartelle cliniche relative al caso». Un compito non facile, anche perché si tratta di 400 pagine da studiare. Ieri mattina alle 11 il pubblico ministero ha ricevuto tutta l’ingente documentazione che testimonia passo passo le condizioni di Daita nell’arco di oltre un anno in cui è stato ricoverato nei diversi ospedali. «Avrò bisogno ancora di un’altra giornata» dice D’Ovidio «per completare il lavoro, al termine del quale, insieme alla Procura, decideremo il da farsi circa l’autopsia».