«Il nostro capo è un re, come Pablo Escobar»

26 Gennaio 2022

Ecco le intercettazioni chiave. Un corriere pronto a morire pur di non perdere il carico di droga

CHIETI. «Il re è Toni, non io! Io sono il viceré». Toni è Dritan Mici, definito il capo indiscusso della banda albanese di stanza a San Salvo, e a parlare è Rodolphe Pinto, il suo braccio destro. La conversazione avviene all’interno di un bar di Vasto, dove i carabinieri del nucleo investigativo di Chieti e le fiamme gialle del nucleo di polizia economico-finanziaria hanno installato una microspia. L’interlocutore di Rodolphe è Jozef Mici, 22 anni, il figlio di Toni. Il giovane vanta il padre senza mezzi termini: «Quello è come... come Pablo Escobar o Tony Montana».
Ma anche Pinto, autodefinitosi viceré, secondo gli investigatori ha «un alto profilo criminale e di spregiudicatezza». Emblematico è un episodio avvenuto il 14 dicembre del 2019, quando il pregiudicato albanese è stato «pronto a sfidare, anche a costo della vita propria e dei militari, le forze dell’ordine che avevano predisposto i posti di blocco per intercettare un’ingente quantitativo di droga, pur di evitare vent’anni di carcere». Diceva l’albanese al telefono: «Posso campà tutto sparato». E ancora: «Metto la prima e dico, sai che è? Morto per morto... ho sessant’anni, così mo mi danno vent’anni. Vi faccio vedere io!».
Il giudice Marco Billi osserva: «Si tratta di un’associazione strutturata per operare con il sistematico e abituale ricorso alle armi e, comunque, per forza intimidatoria dei singoli e del gruppo e per il ricorso a gesti violenti, di carattere estremamente pericoloso. La forza e le armi vengono utilizzate non soltanto verso i gruppi rivali, ma anche nei confronti di chi non mostri rispetto ai suoi appartenenti». Significativo, per gli inquirenti, è il caso del cliente cinese del bar Blue Marine di San Salvo pestato a sangue perché aveva legittimamente chiesto una cospicua somma di denaro vinta alle slot machine. «L’associazione in esame», prosegue il giudice, «ha una capacità di realizzazione di reati di traffico, trasporto e smistamento di sostanze stupefacenti ad ampio raggio territoriale (dalla Calabria all’Emilia Romagna, Abruzzo e Puglia) e risulta talmente strutturata da riuscire agevolmente a garantire la movimentazione di considerevoli quantitativi di droga nonostante i ripetuti arresti e i sequestri operati di volta in volta dagli investigatori. In altri termini, l’organizzazione è strutturata con un tale grado di solidità e stabilità da riuscire a sopperire a eventuali interruzioni dovute alle iniziative della polizia giudiziaria». La stabilità e la struttura dell’organizzazione criminale «si evince anche osservando le sue capacità di comunicazione interna, sofisticate tecnologicamente (con il frequente uso di social network per eludere l’attività tecnica) e studiate preventivamente (con l’assidua sostituzione di sim card e il costante ricorso a un linguaggio criptico». (g.let.)
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