Il pm: ergastolo per Di Lello

21 Marzo 2017

La richiesta in Assise. Il fornaio assassino si pente e chiede perdono. Ma non basta

VASTO. «Sono pentito di quello che ho fatto. Non ero io in quel momento. Il grande amore per mia moglie mi ha portato a compiere un gesto di grande follia. Una follia che è cresciuta nei mesi senza di lei». Rompe il silenzio Fabio Di Lello, fornaio ed ex calciatore vastese di 34 anni a processo in Corte di Assise per omicidio volontario premeditato. Il 1° febbraio scorso ha ucciso con tre colpi di pistola il 22enne Italo D'Elisa, che il 1 luglio 2016 aveva investito e ucciso sua moglie Roberta Smargiassi. Di Lello rende dichiarazioni spontanee dopo aver ascoltato la richiesta dell'ergastolo, del carcere a vita, fatta dal procuratore capo di Vasto Giampiero Di Florio. Poche parole quelle del fornaio per chiedere perdono e provare a far capire cosa provava e prova. Ma per il procuratore non ci sono scuse che tengono: il suo è stato un omicidio volontario premeditato che va punito con l'ergastolo. Puntuali alle 10 la Corte d'Assise, presieduta dal giudice Marina Valente, gli avvocati, i famigliari di D'Elisa e di Di Lello entrano nell’aula al terzo piano del tribunale di Lanciano: c'è la terza udienza del processo per omicidio volontario in cui è imputato Di Lello. Porte sbarrate che però si aprono dopo appena mezz'ora: esce la mamma di Italo, sofferente. E' in corso la dura requisitoria del procuratore Di Florio che mostra in aula le slide e il video in cui si vede Di Lello che spara a D'Elisa davanti al bar Drink Water di Vasto.

E’ un momento doloroso per la famiglia di Italo ma allo stesso tempo un momento chiave del processo: quel video, per l'accusa, dimostra tutta la premeditazione dell'omicidio. I due non si parlano, non c'è la provocazione di D'Elisa a Di Lello che avrebbe spinto quest'ultimo a uccidere, come sostenuto dai legali del fornaio Giovanni Cerella e Pierpaolo Andreoni. «Abbiamo ricostruito il fatto in aula anche con slide e video» dice il procuratore Di Florio «e riteniamo che questi dimostrino la premeditazione, la minorata difesa e anche il porto abusivo d'armi».

Acquisiti anche i tabulati telefonici del fornaio e di D'Elisa. In quelli di Di Lello non emerge la presunta chiamata fatta al fornaio da parte di qualche amico che lo avrebbe avvisato della presenza di Italo al bar. «Non esiste la telefonata» taglia corto il procuratore «Di Lello non è stato avvertito da alcuno quando Italo D'Elisa è giunto al bar. Conosceva le abitudini di vita del giovane ucciso». Altro elemento che per l'accusa giustifica la premeditazione e quindi la richiesta dell'ergastolo. Tutto era stato studiato da Di Lello che dopo aver visto Italo, e averlo riconosciuto, senza dire una parola è tornato in auto, ha preso la pistola calibro 9, acquistata mesi prima, e ha sparato 4 colpi, tre dei quali hanno colpito e ucciso Italo.

«Ho chiesto alla corte che non vengano concesse le attenuanti generiche» chiude Di Florio. Premeditazione che c'è anche per gli avvocati di parte civile, il legale Pompeo Del Re che rappresenta i genitori di Italo, Angelo e Diana D'Elisa e i nonni, e l'avvocato Gianrico Ranaldi che rappresenta il fratello minore Danilo e gli zii paterni, Luca, Andrea e Alessandro. I legali però escono all'aula senza dire una parola.

«Nessun dichiarazione» dicono uscendo in fretta dal tribunale seguiti dai famigliari di D'Elisa. Ha parlato Di Lello, pochi minuti prima della fine del processo. Ha parlato del suo amore per Roberta che, ha ribadito Di Florio in aula, non era incinta, non aspettava un bambino. Di Lello ha provato a descrivere ill dolore che provava e che prova ora per la morte di due persone.

«Non ero più io in quel momento» ha detto alla Corte che emetterà il verdetto il 24 marzo. Venerdì spazio alle repliche e poi la corte si ritirerà per la sentenza: il carcere a vita, l'ergastolo, è la pena massima che Di Lello vuole evitare.