Il ricordo del carabiniere eroe: salvò il collega e finì sotto al treno

Giangabriele Menichini morì a 40 anni, il 3 marzo 2004, mentre inseguiva un bandito che spacciava Cerimonia solenne con i vertici dell’Arma. Il fratello: «Sventò da solo una rapina e affrontò 15 zingari»
CHIETI. «Un uomo vero». «Si è sacrificato per difendere la città dai venditori di morte». Così scriveva Il Centro il 4 marzo 2004, a proposito della tragedia in cui perse la vita l’appuntato scelto dei carabinieri Giangabriele Menichini, 40 anni di Torrevecchia Teatina, travolto dal treno interregionale Pescara-Roma mentre inseguiva sui binari un balordo che spacciava la droga durante un complesso servizio investigativo. Quel giorno Menichini era in compagnia di un collega: attraversarono di corsa il passaggio a livello chiuso in via Fontanelle, a Pescara, un attimo prima che passasse il convoglio, riuscì a malapena a spingerlo via, salvando a lui la vita e legando per sempre il suo nome a un esempio di eroismo che ancora oggi non può essere dimenticato.
Un episodio eclatante che sconvolse l’intera comunità e che ieri, a distanza di 19 anni, è stato ricordato con una cerimonia solenne nel cimitero comunale di Sant’Anna di Chieti. Giangabriele Menichini, per il suo gesto eroico, fondamentale per l’arresto di tre banditi e per il sequestro di 11 grammi di cocaina, fu insignito con la medaglia d’oro al valor civile alla memoria: «Chiaro esempio di elette virtù civiche ed altissimo senso del dovere, spinto fino all’estremo sacrificio», si legge tra le motivazioni dell’assegnazione dell’onorificenza attribuita dall’Arma. Qualche anno dopo il suo nome si è legato anche all’intitolazione della caserma dei carabinieri di Francavilla al mare.
«Avevamo un rapporto molto stretto: io il fratello maggiore, lui più piccolo di 6 anni, compare di cresima dei miei due figli, mi manca da morire», racconta con un filo di commozione nella voce Claudio Menichini, «sono stato io a spingerlo a fare il carabiniere. Ma Giangabriele non era uno sprovveduto. Quel giorno salvò il suo collega spingendolo fuori dai binari, ma già altre volte aveva rischiato la vita. Da civile sventò da solo una rapina, ricevendo un premio a Napoli, poi una sera a Pescara affrontò 15 zingari. Forse il suo destino in qualche modo era già segnato».
Quel giorno di 19 anni fa, Claudio Menichini lo ricorda benissimo: «È successo tutto nel tardo pomeriggio, poco dopo le 19», dice, «ma io l’ho saputo intorno alle 22 quando sono stato chiamato dal comando provinciale dei carabinieri. È stata una batosta. Lo avevo visto la sera prima e poi l’ho ritrovato in una bara. Era molto serio, umile, attaccato alla famiglia, amava il mare e il suo cane. Abbiamo vissuto dei momenti bellissimi, i veri valori della vita. Lui si confidava con me, ma non parlavamo mai del suo lavoro. A distanza di tempo ho scoperto che faceva tante opere di bene: con il suo stipendio aiutava famiglie che non potevano permetterselo».
Ieri mattina si sono riuniti per omaggiare con il picchetto d’onore il carabiniere ucciso alle 19,50 del 3 marzo 2004 una nutrita rappresentanza di familiari e colleghi.
Oltre al fratello, erano presenti il colonnello Alceo Greco, comandante provinciale dei carabinieri di Chieti, il tenente colonnello Massimo Di Lena, comandante della compagnia di Chieti, il luogotenente Michelangelo Donvito, comandante della stazione di Chieti principale, il cappellano militare don Claudio Recchiuti e l’Associazione nazionale dei carabinieri con il presidente Mario Colantonio, Giuseppe La Rovere, Vincenzo Savini, Alberto Peretti e Angelo Laselva.
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