Il ricordo del mito Meneghin: «Gran tiratore, ottimo coach»

ORTONA. Una vita corsa a cento all’ora. E, soprattutto, nel segno di uno sport che l’aveva rapito da piccolo nei campetti di Ortona. Nato a San Severo in Puglia nel dicembre 1944, ma solo perché la...
ORTONA. Una vita corsa a cento all’ora. E, soprattutto, nel segno di uno sport che l’aveva rapito da piccolo nei campetti di Ortona. Nato a San Severo in Puglia nel dicembre 1944, ma solo perché la famiglia si era rifugiata lì durante la guerra, dalla città abruzzese Giulio Melilla alla metà degli anni Sessanta aveva iniziato la sua marcia di avvicinamento al Friuli. Lui e la sua pallacanestro. Il talento non gli mancava, con esso la forza di volontà, il carattere. Roma e poi Varese nella stagione 1967/1968, proprio quella in cui l’Ignis del cavalier Borghi si stava preparando a entrare nel mito. Con lui un altro giovane dal talento smisurato: Dino Meneghin. Il monumento del basket italiano ha voluto manifestare tutto il cordoglio alla famiglia di Melilla. «Mi dispiace tantissimo, se ne va uno dei più grandi giocatori della storia del nostro basket. Abbiamo giocato solo una stagione a Varese – ricorda super Dino –, ma sono bastati quei pochi mesi a porre le fondamenta per un’amicizia che poi è durata vita la vita. Giulio era gioviale, pieno di vita... e aveva un gran talento». In campo? Meneghin va subito al sodo: «Play guardia, gran tiratore e quando c’era da passare la palla ai lunghi come me, non si faceva problemi. Ci siamo affrontati per anni sui campi della serie A, poi è diventato anche un bravissimo allenatore. Negli ultimi anni ha sempre accettato con entusiasmo di partecipare al camp per ragazzi che organizzo a Domegge».
Aneddoti? Uno, bellissimo. «Aveva il culto del fisico e della preparazione atletica – ricorda – Meneghin – con le due dita si toccava sempre i bicipiti o i muscoli del gambe per verificare la sua condizione... E ovviamente quando ci incontravamo anche negli ultimi tempi facevo lo stesso appena lo vedevo». Poi un canestro, l’ultimo, appoggiato al tabellone: «Anche se lo vedevo una volta l’anno era come se lo incontrassi ogni giorno, Giulio era un vero amico», chiude Meneghin, che nella decisione dei familiari di donare gli organi vede «un gesto perfetto per tramandare la grande umanità di coach Giulio». Dopo l’Ignis, Melila piombò alla Snaidero nel 1968. Promozione in A1 e sette anni d’oro con la mitica squadra di Joe Allen. Pure la convocazione in Nazionale. Giulio Melilla era la mente di quella squadra, il cuore, la forza fisica, il talento.
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