«Il teatro, seconda vita dopo la cartiera chiusa»

26 Maggio 2019

L’attore Giancamillo Marrone racconta gli inizi e l’incoraggiamento di Albertazzi «Così la passione è diventata lavoro, che bello costruire qualcosa nella mia Chieti»

CHIETI. La situazione in cartiera stava ormai evolvendo verso il peggio. Si chiude. E così Giancamillo Marrone, ovviamente amareggiato, attraverso una mail si rivolse a Giorgio Albertazzi che aveva conosciuto qualche tempo prima al Marrucino: «Credo che la mia grande passione per il teatro finirà per diventare un lavoro». La risposta fu immediata. «Coraggio. E benvenuto tra noi».
IL PALCO E LA FABBRICA. A distanza di anni, Giancamillo ricorda sorridendo l’episodio: «Quella sorta di “benedizione” da parte di Albertazzi fu importante in un momento davvero difficile, a margine di una storia iniziata in maniera particolare». La storia di un ragazzo nato e cresciuto nelle casette del Villaggio Celdit. «Un ambiente carico di umanità, segnato da un grande senso di appartenenza. Mio nonno Camillo entrò in cartiera con il numero 3 di matricola e, anni dopo, subentrò mio padre Nicola il quale, quando andò in pensione, mi disse, pur apprezzando la mia passione, che non potevo rinunciare all’opportunità di un posto “sicuro” in una fabbrica che aveva dato lavoro ad una intera comunità». E così Giancamillo, che intanto aveva già iniziato a frequentare dei corsi di teatro, si trovò impegnato a dividere il palcoscenico con i turni di lavoro di un operaio.
IL CANOVACCIO. Su tutto, una passione travolgente. «Da bambino rimasi colpito da uno spettacolo messo assieme nel centro sociale di via Pescasseroli e cominciai poi a seguire le stagioni di prosa del Marrucino con uno degli abbonamenti gratuiti che, all’istituto tecnico Galiani, proponeva agli studenti, il più delle volte inutilmente, il professor Camillo Gasbarri. Nessun dubbio. Era quella la mia strada ma bisognava studiare e prepararsi mentre, intanto, in fabbrica, passai al centro elaborazione dati con mansioni che mi lasciavano maggior tempo a disposizione». Tempo rigorosamente occupato per lanciarsi in tante attività messe assieme dall’associazione Il Canovaccio fondata con alcuni amici, tra cui Stefano Di Salvatore, in un crescendo di interesse e partecipazione. Corsi di teatro per anziani, laboratori, letture dantesche da torri e finestre del centro storico e tanto altro ancora fino all’apertura del Piccolo Teatro dello Scalo. «Dopo aver occupato vari spazi, fu l’imprenditore Nicola Sebastiani, al quale saremo sempre grati, a darci la possibilità di usufruire dei locali dove è situata l’attuale sede in via Pescara».
RUMORI FUORI SCENA. Una crescita artistica anche a livello nazionale, la grande amicizia con Enrico Beruschi, più volte a Chieti, e quella con Emanuele Salce, figlio dell’indimenticabile Luciano. «Un bel rapporto di collaborazione, Emanuele è stato anche in scena diverse volte da noi. Ogni anno si lavora per mettere assieme un cartellone con spettacoli di qualità, buona la risposta del pubblico dal momento che spesso arriviamo ad accogliere un centinaio di spettatori. La scuola di teatro conta circa ottanta iscritti, tra ragazzi e adulti, mi piace ricordare la collaborazione dell’allora prefetto Antonio Corona per delle produzioni, riguardanti la Shoah, da proporre agli studenti oltre all’iniziativa portata avanti con diversi ragazzi del liceo scientifico Masci nell’ambito dell’alternanza scuola-lavoro». Diverse le produzioni del Piccolo Teatro dello Scalo, tra queste “C’era una volta la fabbrica di papà”, dedicata proprio alle vicende della cartiera e della comunità che la circondava, poi “Merica Merica” di Vittorio Battista con la regia dello stesso Marrone, struggente storia di emigrazione da un piccolo paese dell’Abruzzo, già pronta, per questa estate, una serie di spettacoli nel magnifico scenario delle Terme Romane a Chieti. Una commedia, tra tante, che a Giancamillo piacerebbe interpretare ? «Penso che “Rumori fuori scena” di Michael Frayn abbia sempre un fascino particolare, poi tutte le opere del grande Eduardo Di Filippo, punto di riferimento assoluto per la mia generazione che il teatro lo ha conosciuto soprattutto attraverso la televisione».
FUCINA DI TALENTI. C’è spazio anche per un pò di legittimo orgoglio. «La nostra realtà si sta confermando fucina di talenti e mi fa piacere sottolineare come Giacomo Ferrara e Alessandro Blasioli, due giovani attori che stanno ottenendo importanti riconoscimenti, siano stati nostri allievi. Poi, i vari laboratori con la preziosa collaborazione di tanti amici come il tecnico Fabio Consorte e l’insegnante di dizione Giancarlo Castorani, attraverso il circuito “Aderenze Teatrali”, del quale sono coordinatore, abbiamo da tempo costituito una rete con altre associazioni del centro-sud. Tutto nel segno dell’autogestione, senza alcun contributo e con relazioni fondate soprattutto sui rapporti umani». Sul palcoscenico, tra vari oggetti di scena, una valigia. Giancamillo intuisce, da bravo attore e regista, la domanda. «Stavo per prenderla venti anni fa quando mi fu proposta la direzione, all’Aquila, della Compagnia stabile dell’Uovo. Rifiutai un po’ a malincuore. Valigia di nuovo pronta con la chiusura dello stabilimento di Chieti e la possibilità di andare a lavorare in un’altra cartiera del gruppo Burgo. Fu ancora un no. Per rimanere qui, con tutta la voglia di continuare a costruire qualcosa nella mia città. E credo di aver fatto bene». Applausi. Sipario.
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