Il “vaffa” protagonista in tribunale

22 Luglio 2014

Di Pasquale fa condannare Rocci a un mese. Ma davanti al giudice accade che...

CHIETI. A chi l’imputato disse quel “vaffa”: alla parte offesa o a all’incolpevole testimone? E’ questo il dilemma. E’ bastato un refuso, una congiunzione cancellata, per trasformare, in modo casuale ma non oltraggioso, l’austera aula del tribunale in uno scorcio di piazza Malta, nell’agone del mercanteggiare un chilo di pomodori quando un “vaffa” ci sta pure. Ma siamo in tribunale. Dove se un avvocato deve citare un epiteto per ristabilire la verità non può esimersi dal ripetere uno, due, tre e anche quattro volte “vaffa”, “vaffa”, “vaffa” e “vaffa”, sortendo ilarità ben celata da tutti i presenti. Alla fine il dado, anzi il refuso è tratto: l’imputato, Amerigo Rocci, 71 anni, fornaio e simbolo della pallavolo teatina, non mandò a quel paese il consigliere comunale Franco Di Pasquale, parte civile nel processo, ma la signora Lina Martorella, incolpevole testimone del fatto avvenuto nel Centro sociale di via Amiterno. Ma il “vaffa” era solo l’appendice di un processo da un giorno in pretura. Rocci infatti è stato condannato a un mese di reclusione e 600 euro di risarcimento dei danni a Di Pasquale.

Difeso dall’avvocato Marco Bevilacqua, era imputato di violenza privata e ingiurie verso il consigliere comunale assistito civilmente da un collega di consiglio, l’avvocato Gabriele Salvatore, che si è lanciato nell’accorata arringa sul “vaffa”. I fatti risalgono all’11 dicembre 2011 quando Di Pasquale si presenta al circolo di via Amiterno con in mano l’atto del sindaco, Umberto Di Primio, che lo nomina commissario dello stesso circolo dove trova una cinquantina di soci , con il vicepresidente Rocci e la presidente Martorella che va dal primo per avvisarlo ma si becca il famoso “vaffa”. Quello che però accade subito dopo diventa materia processuale perché, secondo l’accusa, che ieri ha chiesto 2 mesi di reclusione per l’imputato, questi avrebbe apostrofato Di Pasquale con la frase “sei un delinquente” e poi l’avrebbe afferrato per un braccio portandolo fuori dal circolo. Che, codice penale alla mano, si traducono in violenza privata e ingiuria. Di Pasquale ha incassato soddisfatto la sentenza. Rocci invece è rimasto, mesto e taciturno, in aula.

Post scriptum: Di Pasquale chiedeva 5mila euro di risarcimento perché quel “sei un delinquente” gli procurò una “menomazione all’integrità psicofisica”. Ma per il giudce 600 euro possono bastare. (l.c.)