Il vescovo: chi combatte il Covid esempio di coraggio e generosità

9 Settembre 2020

La sfida della pandemia e l’incrocio con la fede: religiosi e laici a confronto a San Giovanni in Venere Monsignore: il virus ha segnato la fine del mondo costruito sugli interessi e riproposto quesiti su Dio

CHIETI. Il coraggio e la generosità di chi si è prodigato per gli altri come esempio per stimolare tutti a impegnarsi di più e meglio per amore del prossimo. La riscoperta del valore del bene comune già emersa con la risposta maggioritaria della gente più semplice alle restrizioni imposte dal Covid-19, a riprova che tanti sono all’altezza della storia grazie alla responsabilità di tutti. La valorizzazione delle relazioni, a cominciare da quelle familiari, trascurate sotto l’assillo della produttività e dell’attivismo esasperato del consumismo e dell’arrivismo. Tutto questo può far riscoprire l’importanza di piccoli gesti di attenzione e di carità verso gli altri, come pure del valore del tempo dedicato a pregare di più, a riflettere di più, ad ascoltare di più gli altri, a donarsi maggiormente a loro. Sono alcune delle risposte che l’arcivescovo della diocesi di Chieti-Vasto, monsignor Bruno Forte, ha dato al convegno “La sfida della pandemia: quale lettura di fede?”nell’abbazia di San Giovanni in Venere, a Fossacesia, con la partecipazione di religiosi, fedeli e laici e con la moderazione di don Emiliano Straccini, parroco ai Dodici apostoli di Chieti Scalo e responsabile della pastorale del turismo della curia.
LA SFIDA Per l’arcivescovo Forte «il mondo prima del Covid-19 è stato sempre più caratterizzato dalla “globalizzazione dell’indifferenza”, fondata sull’egoismo e sull’avidità dei poteri forti». C’è stato così «il predominio di una visione egoistica e arrogante» che si è tradotto «in un consumismo sempre più spinto esprimendosi in stili di vita edonistici in cui l’idea di accettare sacrifici in nome di una più equa distribuzione di possibilità e beni fra tutti è considerata anacronistica e ininfluente. C’è stato però anche chi con lungimiranza prevedeva che un simile modo di vivere e di agire non potesse durare a lungo e chi aveva profetizzato che non una guerra atomica e un crollo finanziario mondiale, ma un piccolissimo virus avrebbe potuto segnare la fine del mondo, o almeno di quel mondo costruito sulla forza e gli interessi del più grande».
LA DOMANDA La prima che si è andata affacciando nei cuori e nelle menti di molti «è stata quella universale», ha ripreso il teologo Forte, «suscitata dal dolore e dalla morte: perché tutto questo male, perché questo dolore? Si torna così alla domanda radicale che riguarda il supremo responsabile di tutto: se Dio c’è ed è giusto, perché questo virus micidiale? Di fronte alle vittime innocenti nessuna “giustificazione di Dio” può sostenersi e, soprattutto, nessuna “dottrina del diritto e della giustizia di Dio” può restare inalterata. Il mito dell’“homo emancipator”, signore del suo destino e padrone delle sue forze vittoriose su tutto, è messo in discussione dalle fondamenta. Occorre investire in energie umane e potenzialità economiche per uscire dalla prigione della pandemia, ma occorrerà restare umili e vigilanti per non rischiare di affrontare nuove e forse ancor più pericolose minacce legate alla natura e alle sue possibili reazioni».
LA SOFFERENZA Come si presenta di fronte a tanto dolore il Dio che Gesù ha rivelato come amore personale? «Il Dio annunciato dal Figlio venuto tra noi», ha proseguito l’arcivescovo Forte, «non è lo spettatore impassibile di fronte al dolore del mondo, né tanto meno l’arbitro dispotico del dolore e della gioia delle sue creature. Piuttosto è il Dio con noi, che soffre per il nostro dolore perché ci ama, che lo permette perché ci lascia liberi, che proprio nel Figlio crocifisso ci aiuta a portare la croce come lui l’ha portata. Sulla via della croce - nella povertà, nella debolezza, nel dolore e perfino nell’abbandono della morte – possiamo incontrare il Dio della vita».
L’AIUTO ALL’ALTRO L’esempio di chi nelle fasi più acute della pandemia si è prodigato per gli altri, rappresenta il punto di riferimento per come si percorre “l’oscuro cammino della prova”: «Chi ama Gesù crocifisso e lo segue», ha concluso Forte, «non potrà non sentirsi chiamato a lenire le croci di coloro che soffrono, nell’attiva dedizione agli altri. È quanto ha fatto e fa chi è impegnato per il bene comune e i servizi essenziali nel tempo di questa pandemia».