In aula i racconti di botte e privazioni

15 Luglio 2017

Le ex dipendenti dell’Arcobaleno confermano i soprusi della titolare contro gli anziani. Dissequestrata la struttura

VASTO. «Ho visto con i miei occhi che Carmela Guglielmo picchiava Gino, e anche Luisa. Li picchiava nel bagno perché si lamentavano. Schiaffi e pugni in testa. Mi diceva: “Questi porci questo devono avere”, indicando il pochissimo cibo nel piatto». Racconti scioccanti quelli dei testimoni nel processo in Corte d’assise, a Lanciano, contro Luciano (Lucio) Ramundi, 58 anni, che era il legale rappresentante della casa famiglia Arcobaleno di Vasto, e la compagna Carmela Guglielmo, 48 anni, accusati di maltrattamenti aggravati e sevizie contro alcuni ospiti affidati loro per ragioni di cure, di abbandono di incapaci con l’aggravante di avere agito per futili motivi e di aver causato la morte del pensionato Luigi Molino. Tre le presunte vittime che si sono costituite parte civile chiedendo un risarcimento danni, complessivo, di 550mila euro. Processo del quale ormai non è più imputato Ramundi, deceduto a fine giugno per un infarto. Per lui la Corte (presidente Marina Valente, a latere Andrea Belli e sei giudici popolari) ha emesso sentenza di estinzione del reato a causa, appunto, della morte. Il processo continua, invece, per la Gugliemo, che si trova ancora in carcere. Ieri sono stati ascoltati i primi testimoni. Due ex dipendenti dell’ospizio, tra lacrime e sospiri e incalzate dalle domande del pm Gabriella De Lucia, hanno raccontato una storia di privazioni, botte e vessazioni per gli anziani ospiti della struttura. «Ho lavorato lì per 13 mesi», dice Caterina M., «facevo le pulizie, ma stavo anche in cucina e spesso ho visto cose che non dovevo vedere. Vecchietti picchiati, affamati e assetati». La dipendente, che ha sporto denuncia contro i suoi ex datori di lavoro, racconta di cibo scarso da mangiare e maltrattamenti. «Per otto vecchietti si cuocevano 500 grammi di pasta a pranzo, la sera 250 grammi di pastina. “Questi porci solo questo devono mangiare”, mi diceva Carmela se provavo a dire qualcosa. Di nascosto portavo qualche brioche da casa, davo loro da bere. Chi era autosufficiente e poteva uscire spesso comprava qualcosa da mangiare e lo nascondeva nell’armadio. Avevano tanta sete, ma acqua non potevamo darne perché sennò facevano pipì e dovevano cambiarli». Scoppia in lacrime Caterina quando sente i nomi dei vecchietti -Chiara, Luisa, Gino (Luigi Molino). «Chiara un giorno l’ho trovata con un occhio nero. Spesso Carmela l’ha legata con le fascette elastiche. A Gino dava pugni sulla testa. Lui voleva fumare: il nipote gli portava le sigarette, ma le fumava lei. E se lui le chiedeva veniva picchiato. Prima di morire mi ha chiesto di aiutare gli altri vecchietti. Così ho deciso di sporgere denuncia». «Ho visto lei che picchiava Gino, Luisa e Carmine nel bagno», racconta Roberta G., altra ex dipendente, «a Luisa una volta ha dato un pugno sul naso e l’ho trovata piena di sangue. Pietro lo legava con lo scotch attorno alla vita per tenere su pantalone e pannolone. A volte gli legava anche caviglie e mani. Ad altri dava gocce per dormire». Mai parole dolci, solo “sti porci” e scatti d’ira, privazioni. «La colazione? Latte diluito con acqua», dice Roberta, «c’erano due frigo in cucina: uno vuoto per i vecchietti, uno pieno per loro». E poi ancora racconti di lividi e botte. In aula vengono ascoltati anche i nipoti di un’anziana ospite. «Mia nonna era autosufficiente, solo che i figli non potevano accudirla tutto il giorno», racconta Michele M., «andavo a trovarla e aveva ferite su corpo, braccia e volto. Chiedevo spiegazioni e i titolari mi dicevano che si autoinfliggeva le ferite perché non voleva stare lì. Un giorno l’abbiamo trovata dolorante a una gamba: aveva il femore rotto ma non ci avevano detto nulla». A fine udienza, dopo l’incarico al perito Davide Ciccarelli di trascrivere tutte le intercettazioni entro 90 giorni, la Corte ha disposto il dissequestro dell’immobile, chiesto dalla proprietaria. La Procura ha poi dato parere favorevole alla revoca della misura cautelare in carcere della Guglielmo visto che, come evidenziato dai legali Alessandra Cappa e Alessandro Orlando, molti test sono stati sentiti e non c’è rischio di reiterare il reato. La Corte si è riservata la decisione.
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