In calo i reati contro le donne Testa: la nuova legge funziona

24 Novembre 2020

Il capo dei pm: «Con il Codice rosso più tutele per le vittime, i provvedimenti in tempi rapidissimi Decisivo il lavoro di forze dell’ordine, scuole e associazioni: va combattuto il rischio di emulazione»

CHIETI. «Il Codice rosso funziona. Ora le donne vittime di violenza hanno più tutele: i provvedimenti per difenderle vengono adottati in tempi rapidissimi. Ci si può rivolgere con fiducia alle forze dell’ordine». Il procuratore capo di Chieti, Francesco Testa, alla vigilia della Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, traccia un punto sull’applicazione della legge numero 69 del 2019. Nuove norme che, oltre a inasprire la sanzioni, rendono più veloci le indagini e alzano l’attenzione su storie allarmanti che, ogni giorno, si consumano tra le mura domestiche, ma anche in strada o in una chat.
I DATI «Per quanto riguarda il cosiddetto Codice rosso», spiega Testa, «il numero delle notizie di reato del 2019 è stato molto elevato: 109. Nel 2020 il dato ha subito una contrazione (siamo arrivati a 56), complici senz’altro le restrizioni alle libertà di movimento in conseguenza della pandemia. Ma significa anche che l’effetto dissuasivo funziona: è sicuramente un deterrente sapere che, se prendi a legnate tua moglie, il provvedimento cautelare arriva dopo 5 giorni e non più dopo 5 mesi o chissà quando». Il numero delle misure cautelari è stato consistente: 24 nel 2019, 20 dal 1° gennaio al 31 ottobre di quest’anno. «Le più funzionali sono i divieti di avvicinamento e gli allontanamenti dalla casa familiare. Possono sembrare provvedimenti blandi: in realtà, nel nostro territorio hanno dato i loro risultati. Sono abbastanza rari, infatti, i casi in cui gli indagati non rispettano l’ordine del giudice di restare lontano dalle parti offese o di non comunicare con loro».
LE NOVITÀ «Nonostante i timori della vigilia, l’adattamento organizzativo è stato metabolizzato rapidamente dal nostro ufficio giudiziario. I due aspetti più importanti sono l’obbligo della polizia giudiziaria di riferire immediatamente la notizia di reato e quello del pubblico ministero di sentire la persona offesa entro tre giorni. La corsia preferenziale che il legislatore ha voluto dare ai reati di genere funziona correttamente. L’introduzione della legge ha consentito a tutti di acquisire maggiore consapevolezza della delicatezza della materia. Il canale comunicativo polizia giudiziaria-pubblico ministero è fluido. Le misure cautelari vengono richieste dal pubblico ministero entro poche settimane, se non pochi giorni, dall’arrivo della notizia di reato. Sostanzialmente, operiamo in tempo reale».
GLI ASPETTI POSITIVI Come è stato possibile raggiungere questi risultati? «La specializzazione delle forze di polizia», risponde Testa, «funziona meglio. Senza dimenticare le associazioni di volontariato sul territorio, che presiedono all’assistenza delle vittime: fanno un lavoro eccezionale. Parliamo di donne molto spaventate, che temono per il loro futuro e che, il più delle volte, non hanno mezzi di sostentamento autonomi. Trovano il coraggio di denunciare perché capiscono che c’è un’opportunità al di fuori di uno scenario fatto di vessazioni e violenza. Insomma: si rendono conto che c’è un contesto che può accoglierle e può dare loro opportunità per il futuro, anche di tipo lavorativo. Altro aspetto fondamentale è quello delle case rifugio: per le vittime, è straordinariamente positivo avere immediatamente a disposizione un alloggio dove poter andare, magari anche con i propri figli. Ciò riveste un’importanza pure sul piano processuale: non sono lontani i tempi in cui, purtroppo, assistevamo a denunce fatte sul momento e poi ritrattate in dibattimento perché, evidentemente, la persona offesa era stata costretta a tornare nel luogo di provenienza in quanto non aveva trovato un contesto di sicurezza considerato adeguato».
I GIOVANI «Un fattore nient’affatto secondario», osserva Testa, «è legato al lavoro che fanno le scuole e gli insegnanti sulle nuove generazioni. È centrale aver compreso come la questione di genere riguardi anche i ragazzi e gli adolescenti. Trattandosi di reati che affondano le loro radici anche in contesti culturali, bisogna agire sul livello sociale e sulla rottura della naturale propensione all’emulazione. Non sono infrequenti i casi in cui i figli di coppie che vivono situazioni di violenza in famiglia, oltre ad essere le prime vittime, tendono a riprodurre certi comportamenti. Questo non è solo un problema di giustizia o di polizia, ma riguarda tutte le forze positive della società. Ecco perché il lavoro fatto dalla cittadinanza attiva e dalle associazioni del terzo settore è parte primaria di un contesto così sfaccettato che può essere affrontato soltanto in maniera multidisciplinare».
L’INFORMAZIONE «In contesti culturali degradati o di sofferenza, quello che manca, da parte delle vittime stesse, è la conoscenza dei propri diritti. In questo senso, diventa fondamentale l’informazione: rendere accessibili alle persone le risorse necessarie per chiedere le giuste tutele». Sul sito internet www.procura.chieti.it è spiegato in modo semplice, ma al tempo stesso dettagliato, cosa può fare chi è vittima di un reato violento. Le informazioni sono state tradotte anche in inglese, spagnolo, albanese, arabo e tedesco.
LE PROSPETTIVE «Il nostro lavoro è in divenire», conclude il procuratore capo, «sicuramente è possibile crescere in alcuni ambiti. Ma possiamo esprimere una certa soddisfazione per come i meccanismi di contrasto ai reati di genere stiano progressivamente migliorando».
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