In carcere a Lanciano col telefono Così il boss gestiva la ’ndrangheta

Operazione Blu notte: 63 tra arresti e obblighi di dimora per associazione mafiosa e traffico di droga Umberto Bellocco jr guidava la cosca con cellulari avuti «anche da soggetti interni» a Villa Stanazzo
LANCIANO. Dal carcere di Lanciano il boss continuava a gestire gli affari del clan. È l'inquietante spaccato che emerge dall'operazione “Blu notte” scattata ieri mattina all'alba e coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Reggio Calabria, con cui i carabinieri hanno inferto un duro colpo alla cosca Bellocco di Rosarno, con interessi in varie zone d'Italia e in diversi Paesi esteri. Personaggio principale dell'inchiesta è il boss Umberto Bellocco, 39 anni, che dal carcere di alta sicurezza di Villa Stanazzo, dove era detenuto, partecipava alle dinamiche criminali grazie alla detenzione illecita di telefoni cellulari. Problema non nuovo nell'istituto penitenziario frentano.
L’INCHIESTAAssociazione mafiosa, traffico di droga, estorsioni sono i reati contestati agli indagati. Su richiesta del procuratore di Reggio Calabria, Giovanni Bombardieri, il gip ha emesso 63 ordinanze: 47 persone sono finite in carcere, 16 ai domiciliari mentre per altre due è stato disposto l'obbligo di dimora. Altre 13 misure cautelari sono state emesse su richiesta della Procura di Brescia che ha coordinato un'indagine collegata a quella calabrese. In Lombardia, infatti, è scattata l'operazione “Ritorno” con la quale il Ros dei carabinieri e lo Scico e il Gico della guardia di finanza hanno anche eseguito il sequestro preventivo di beni per oltre 4 milioni di euro. Al centro sempre la cosca Bellocco. Le indagini hanno fatto luce sulle richieste estorsive del clan nei confronti dei titolari di molte attività economiche e fotografato il cambio al vertice della cosca di Rosarno, un tempo guidata dal vecchio patriarca Umberto Bellocco, morto il 22 ottobre scorso. I pm sono riusciti a registrare il “passaggio di mano” al nipote omonimo, 39 anni, detto “Chiacchiera”.
IL BOSS IN CARCEREUmberto Bellocco jr era in grado di comunicare anche dal carcere. Dopo la condanna per associazione mafiosa, definitiva dal 2014, è stato detenuto a Lanciano ma questo non gli ha impedito di rimanere «in comunicazione con l'esterno», scrive il gip, «mediante una serie di telefoni e schede forniti grazie alla collaborazione di alcuni soggetti sia interni che esterni all'istituto». In questo modo Bellocco avrebbe potuto dare ordini agli affiliati e partecipare ai summit mafiosi. Sempre con il cellulare, dava il suo benestare per le affiliazioni alla cosca. E dalla sua cella sarebbe intervenuto durante un summit a Rosarno, il 6 novembre 2019, scongiurando così uno scontro armato. Gli approfondimenti dei carabinieri hanno permesso alla Dda di accertare anche le responsabilità di coloro che hanno fornito microtelefoni cellulari, sim-card e ricariche.
ALLEANZA CON GLI SPADAIn carcere Bellocco avrebbe stretto rapporti con la famiglia Spada di Ostia, i cui esponenti non solo fornivano al boss calabrese i microcellulari, ma sarebbero entrati in affari nel settore del narcotraffico. Con il contributo della polizia penitenziaria, la Dda di Reggio Calabria ha monitorato nel carcere di Lanciano i movimenti del boss che, secondo l'accusa, sarebbe entrato in contatto con alcuni esponenti degli Spada. Tra questi ci sarebbe Ramy Serour, 32 anni, che una volta uscito dal carcere di Lanciano - è la ricostruzione degli investigatori - dopo aver curato l'acquisto dei telefoni cellulari destinati a Bellocco, li ha consegnati a un altro detenuto il quale, approfittando del suo status di semilibero, li ha condotti all'interno. Non è la prima volta che nel super carcere frentano vengono scoperti cellulari e microtelefoni in possesso dei detenuti.
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