«In fuga dai campi nazisti cantando in dialetto»

A Chieti la testimonianza del 93enne Nicola Torello, militare internato a Weltz «Costretto a scaricare carbone giorno e notte». Medaglie ai parenti dei deportati
CHIETI. «Il giorno della Liberazione è arrivato un nero americano nel campo di concentramento e ci ha detto: “Vaff.”. E noi siamo scappati per tornare a casa cantando le nostre canzoni in dialetto». In quel momento è finito l’incubo di Nicola Torello: si è salvato dai nazisti e, ieri, all’età di 93 anni, ha affidato i suoi ricordi agli studenti, ai familiari di 4 deportati chietini premiati con la medaglia d’onore e ai sindaci riuniti nel salone delle rappresentanze della prefettura. Per il Giorno della Memoria, il prefetto Giacomo Barbato ha aperto uno dei luoghi più incantevoli della città. Torello, con la voce emozionata, ha voluto testimoniare e raccontare le sue «disavventure»: «Il 17 gennaio del 1943, all’età di 17 anni, mi sono arruolato nell’Esercito. Sono stato chiamato da un sergente e assegnato al Genio militare. Prima di partire sono andato a casa per un’ora: mia madre mi aveva preparato una borsa grande con maglie di lana e calzettoni. Poi, sono partito verso Trieste per un periodo di addestramento». Giovani allo sbaraglio con divise troppo leggere per resistere al freddo e fucili di piccolo calibro. «Poi, ci siamo diretti verso Parga, in Grecia, e sul treno c’erano i pidocchi. Venti italiani e dieci tedeschi, dovevamo controllare la baia». La storia è cambiata l’8 settembre del ’43 con la caduta di Mussolini: «Non siamo voluti passare con i repubblichini e i tedeschi ci hanno fatto prigionieri. Ci hanno portato a Weltz: era un campo di lavoro, passavamo intere giornate a scaricare carbone dai treni e a ricaricarlo sui camion». E chi non ce la faceva veniva mandato a morire a Mathausen. Dopo oltre un anno di sofferenze, il rientro a Chieti.
Le medaglie sono state concesse: a Camillo Rosati, internato nel campo di concentramento di Jena, consegnata al figlio Domenico dalla studentessa Sofia Russo e dal sindaco di Fara Filiorum Petri Camillo D’Onofrio; a Filippo Di Fabio, internato a Paderborn, consegnata alla sorella Cristina dalla studentessa Alisia De Leonardis e dal sindaco di Canosa Lorenzo Di Sario; a Nicola Di Matteo, internato a Meppen, consegnata al nipote Nicola dalla studentessa Giorgia La Cioppa e dal sindaco di Paglieta Nicola Scaricaciottoli; a Gino D’Alessio, internato in Germania, consegnata al figlio Pietro dallo studente Francesco Tobia e dal sindaco di Chieti Umberto Di Primio. Il prefetto ha parlato di «risveglio delle coscienze di fronte a ogni discriminazione e razzismo perché il torpore, l’indifferenza non sono altro che complicità e corresponsabilità dei crimini».
Alla cerimonia hanno partecipato l’attore Giancamillo Marrone, il pianista Michele Di Toro, il presidente della Provincia e sindaco di Lanciano Mario Pupillo che ha raccontato l’odissea della famiglia ebrea Grauer ora ricordata in città con 4 pietre d’inciampo, i vertici delle forze dell’ordine e i sindaci.

