«In Sevel operai stanchi, soli e depressi»

8 Novembre 2016

Atessa. È la fotografia del lavoro nell’azienda dei Ducato. Lavoratori spremuti: un intervistato su 3 ha “mal di fabbrica”

ATESSA. È tra le fabbriche più produttive d’Abruzzo, con il maggior peso nelle esportazioni e che produce, da sola, un terzo del Pil regionale. Eppure la Sevel, joint venture tra i colossi Fca, Peugeot e Citroen per la realizzazione di veicoli commerciali leggeri e vero e proprio “paese produttivo” che impiega quasi 6.500 dipendenti, non è il paradiso che tutti si aspettano. Anzi, secondo un’inchiesta commissionata dallo Slai Cobas di Chieti a ricercatori e sociologi dell’associazione “Il Laboratorio” di Roma, in collaborazione con il collettivo Zona22-UallòUallà, è percepita come un “carcere”. Una fabbrica che realizza record produttivi ma che consegna alla società uomini soli, stanchi, che sviluppano sempre più disturbi di natura psicologica, che temono per la propria salute, rinunciano al tempo con figli e amici e per gli hobby, che non trovano alcuna solidarietà né tra i capi né tra i colleghi e tanto meno dai sindacati a cui, ad esempio, non si nega il ruolo fondamentale di negoziazione, ma a cui si chiede di essere più vicini alle “esigenze reali” della condizione operaia.

LO STUDIO. Vuole essere un punto di partenza. «Abbiamo questa fotografia impietosa tra le mani», spiegano i sociologi (il gruppo di ricercatori è composto da Roberto Latella, Antonella Martini, Massimo Taddia e Franco Violante), «bisogna decidere cosa farne. Siamo disponibili a qualunque tipo di confronto, anche con la direzione aziendale, ma ci sembra di aver realizzato un lavoro che ha un valore importante, non solo per il risultato finale, ma per il processo messo in atto, per la necessità di ritessere i legami tra le persone, rimettere al centro la dimensione del “noi”». L’indagine dello Slai Cobas è forse la prima vera inchiesta mai messa in atto in Sevel e segna per l’intero mondo operaio una pietra miliare nella storia della Val di Sangro. Del resto nel contratto collettivo specifico Fiat, come ricordato dal sindacato, è specificatamente detto che le indagini possono essere espletate solo secondo modalità concordate con l’azienda.

I DATI. Da maggio a giugno sono stati distribuiti 500 questionari a cui rispondere in forma anonima. Di questi ne sono tornati indietro 316. «Un numero di assoluta rilevanza scientifica», spiegano i sociologi, «che non ci aspettavamo. Avremmo stretto la mano allo Slai Cobas anche con 100 risposte. Averne così tante significa che c’è voglia di essere ascoltati, oltre che avere una rappresentanza del 5,34% che è grasso che cola in qualsiasi sondaggio politico o referendario». Il profilo medio dell’operaio Sevel campione di indagine è uomo (su 5 lavoratori che hanno risposto solo una è donna), italiano, tra i 35 e i 50 anni di età, residente fuori dalla Val di Sangro (visto che il 32% proviene da un insieme di 53 comuni della provincia di Chieti; il 58% viene da fuori Val di Sangro e solo il 7% da Atessa), con un’istruzione superiore, una famiglia, lavora da almeno 11 anni in Sevel e prima ha svolto altri lavori, prevalentemente nel settore montaggio.

I DISAGI. «Sembra esserci una percezione di solitudine», dicono i sociologi, «di non appartenenza di fronte a un meccanismo impersonale della fabbrica che con la sua organizzazione, con i suoi tempi, con una logica che mette l’uomo al sevizio della macchina, “consuma” la risorsa umana e gli leva dignità. Tutto sembra seguire la stella polare della produttività come unico parametro in campo». La percezione di trovarsi in una “fabbrica-carcere” si ha soprattutto dall’emergere di patologie psicologiche. Oltre ai 1.167 sintomi riscontrati ci sono infatti patologie del “mal di fabbrica” che nulla hanno a che vedere con gli aspetti meccanici della catena di montaggio. Un intervistato su 3 parla di ansia, stress, irritabilità e 30 persone dichiarano di soffrire di depressione. E che i ritmi siano esasperati si evince dal fatto che per gli intervistati il salario, pur considerato insufficiente, non è la priorità: il 75% risponde che è urgente migliorare l’intensità del lavoro. Tra gli aspetti considerati meno prevalenti si registra addirittura il tema dei “diritti in genere”, collocato nelle prime tre posizioni di rilevanza solo dal 24% delle risposte. L’88% si dichiara invece poco o per nulla soddisfatto dell’attuale condizione di lavoro. «Se da una parte si producono numeri record di furgoni», commenta uno dei ricercatori, «da qualche altra parte si è spremuto il limone». Del resto solo 11 persone su 316 considerano la Sevel “un padre di famiglia”; 143 pensano che non si investa né sull’innovazione né sulle risorse umane, ma ci si limiti a far lavorare il più possibile e 140 come “qualcuno che si arricchisce alle nostre spalle”.

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